Il quadro drammatico in commissione Covid: “Autopsie vietate, De Donno isolato, Lilly rifiutata”

Le autopsie sconsigliate da una circolare ministeriale nella primavera del 2020, il plasma iperimmune di Giuseppe De Donno finito sotto il fuoco incrociato di una parte del mondo scientifico, le dosi gratuite di anticorpi monoclonali offerte da Eli Lilly e rimaste senza seguito, mentre si puntava su un progetto tutto italiano e un’ordinanza del Consiglio di Stato che, già a fine 2020, richiamava lo Stato al dovere di curare.
Sono alcuni dei tasselli che la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid sta cercando di rimettere in fila, nel tentativo di ricostruire perché l’Italia abbia scelto una strada sola quando la scienza ne indicava diverse.

Il filo che lega quegli episodi, per il giornalista de il Giornale Felice Manti, ascoltato in audizione, non ha bisogno di interpretazioni: “I fatti non hanno bisogno di spiegazioni. È andata esattamente così: si è indirizzata la strategia nella gestione della pandemia verso una vocazione sostanzialmente alla vaccinazione. Questo senza demonizzare lo strumento, sulla vaccinazione potremmo parlare per ore, ma la strada scelta ha avuto delle controindicazioni, ed è stata scelta in presenza di una serie di altre possibilità e prospettive che la scienza forniva”.

Curare invece di astenersi

A pesare è proprio quella pronuncia dei giudici amministrativi, che va letta per intero: “Nel dubbio circa l’efficacia della terapia, acclarata la sicurezza di essa almeno per moltissimi pazienti, lo Stato sociale di diritto, prima ancora della deontologia, non vieta ma richiede alla scienza medica di curare anziché astenersi dal curare i cittadini”. Con il senno di poi, secondo Manti, il quadro si compone da sé: “L’idea di non fare autopsie, l’idea di cambiare in corsa i parametri per identificare i pazienti da sottoporre al tampone. Se ci ricordiamo, il paziente zero fu scoperto da una dottoressa che violò quei parametri, perché aveva intuito che erano talmente stringenti da non potersi adattare a quella situazione. Siamo di fronte a una serie di legacci che hanno imbavagliato e sopito sul nascere alcune ipotesi. Altre sono sopravvissute grazie alla determinazione di persone come il dottor De Donno, che purtroppo ha pagato un prezzo altissimo per questa sua battaglia”.

Una strada sola e le porte chiuse

Il punto politico arriva senza giri di parole: “La situazione che appare ai nostri occhi è che il governo di centrosinistra ha scelto una strada che, volutamente o meno, ha favorito alcune società nella sua orbita e ha tralasciato una serie di terapie alternative che oggi sappiamo avrebbero potuto rallentare la diffusione del virus, o quantomeno contenerne la ferocia, salvaguardando le persone più fragili, che sono quelle che hanno pagato il prezzo più alto”.

Va notato che nella ricostruzione in commissione i singoli errori non restano isolati ma si sommano: “Se la gestione della pandemia fosse stata fatta con un certo criterio, oggi saremmo qui a dirci che sono stati fatti degli errori e ne prendiamo atto. Ma due lockdown, una terapia domiciliare fallimentare se non del tutto inutile, l’assenza di autopsie che impedì agli scienziati di comprendere le caratteristiche della malattia e di combatterla con più efficacia, l’esclusione dalla gara di alcuni soggetti che volevano vendere respiratori all’Italia mentre se ne compravano altri rivelatisi fallaci, la gestione delle mascherine e degli aiuti: tutto questo, insieme al fatto che soprattutto nella seconda fase abbiamo registrato una delle mortalità più alte dei Paesi occidentali, dimostra che quella gestione ha lasciato a desiderare”.

“Quanti complimenti!”

“Il compito della Commissione è lodevole, perché si tratta di provare a scrivere un manuale di istruzioni per evitare errori in una prossima pandemia”, ha proseguito il giornalista, “che a mio modesto parere potrebbe manifestarsi anche presto: siamo nell’era post-pandemica, lo dicono tanti scienziati. Questo lavoro non serve a puntare il dito contro Tizio o contro Caio, ma a capire dove si è sbagliato e dove si può porre rimedio. Il fatto che alcuni non vogliano questa verità fa pensare che tante coincidenze non siano tali, e che sotto ci sia qualcosa di più grave”.

Il confine tra cronaca e giudizio, Manti lo traccia da sé: “Sul giornale abbiamo documentato le evidenze emerse dalle testimonianze di chi ha partecipato a questi lavori, persone che hanno indicato loro stesse le storture nella gestione della pandemia. Noi raccontiamo i fatti, le considerazioni politiche spettano alla politica. Ma ci è sembrato opportuno metterli in fila per dire che la storia del Covid poteva essere scritta diversamente se, anziché accelerare su progetti come i monoclonali made in Italy, rivelatisi fallimentari, si fosse accettata senza troppi complimenti la donazione di Lilly, con delle cure compassionevoli che avrebbero potuto salvare delle vite. Non lo dico io, lo dicono alcuni scienziati. È una circostanza che fa discutere e che, dal punto di vista giornalistico, fa anche male”.