Il grande problema del circo mediatico intorno a Garlasco

Un balletto per i social costa caro quando non ti accorgi di tutto il resto.
Nel video pubblicato su Instagram da Antonella Mosetti, sullo schermo alle sue spalle comparivano i volti di Giuseppe Poggi e Rita Preda, i genitori di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007. Pochi giorni prima i due erano stati ospiti di Verissimo e avevano chiesto di smettere con il circo mediatico intorno alla figlia. La showgirl si è scusata con un secondo video. L’episodio però dice qualcosa che va oltre la sua disattenzione: la cronaca nera è diventata una presenza continua, che scorre in sottofondo mentre si fa altro.

Per l’avvocato Giuseppe Di Palo, la parola sottofondo descrive bene il modo in cui da un anno e mezzo si racconta il delitto di Garlasco: “Noi ormai lo mettiamo sui nostri cellulari, nelle nostre tv, lo ascoltiamo quasi come se fosse la vecchia Mtv, senza comprendere la problematicità del tutto. È una vicenda omicidiaria in cui c’è una persona che è morta, una ragazza. Già questo dovrebbe farci avere un po’ di dignità, un po’ di rispetto. Invece sta diventando tutto un circo mediatico”.

Va ricordato che dietro le dirette e i plastici ci sono persone reali, con destini giudiziari ancora aperti. “C’è un ragazzo che è stato condannato a 16 anni e che ha vissuto in carcere per 11 anni, oggi è in una misura alternativa. C’è un’altra persona che invece è accusata di omicidio. Quello che viene fatto in tv è assolutamente oltraggioso per la dignità delle persone e delle questioni che sono in gioco”.

Una notizia vera, sepolta dallo spettacolo

Lo scandalo, nelle parole del legale, è che il clamore copre proprio ciò che meriterebbe attenzione. “È una vicenda in cui potrebbe essersi commesso un errore giudiziario in danno di un soggetto condannato. Se è vero, come ha dichiarato la Procura di Pavia, che nel fascicolo non sono state rinvenute tracce che davano segni opposti rispetto a quelli che hanno portato al giudizio di colpevolezza di Stasi, questa è una questione di una gravità inaudita, che andava sicuramente affrontata dai media. Però tutto il circo mediatico che c’è intorno è veramente disgustoso”.

Il meccanismo è lo stesso in molti altri casi. Si va a cercare chiunque abbia incrociato la vittima, anche decenni prima: di recente un programma ha intervistato il professore di liceo di una donna uccisa. “A me fa terrore. Faccio un paragone azzardato, ma rende l’idea: se c’è un mercato florido di sostanze stupefacenti è perché c’è gente che le compra. Se c’è un mercato florido di notizie raccontate in una certa maniera è perché c’è gente che le vuole guardare, c’è poco da fare. La responsabilità va vista anche da parte dei fruitori di un certo tipo di notizie, per cui la notizia non è il fatto, ma il gossip dietro al fatto. Per questo si intervistano i professori, la maestra dell’asilo, l’insegnante di danza, l’istruttore di calcetto. Fin quando ci sarà questa voglia morbosa e finché non si porrà un argine dal punto di vista legislativo alla modalità con cui la cronaca racconta certi fatti, la situazione è destinata a degenerare ancora di più”.

Due processi, due verdetti

Il rischio più serio non riguarda il buon gusto ma la giustizia. Chi non guarda la televisione si ritrova comunque le trasmissioni nel telefono: “Ho smesso di contarle”. Ed è proprio lì, secondo Di Palo, che prende forma un tribunale alternativo: “Là dentro si celebra un altro processo, parallelo a quello che potenzialmente può nascere dalla singola notizia di cronaca. E ti convincono della colpevolezza o dell’innocenza di una persona attraverso fonti che non sono quelle giudiziarie. Così domani potremmo trovarci davanti a un procedimento che porta a un verdetto diverso dall’idea che ciascuno di noi si era fatto in base alla trasmissione che ha guardato. Con tutte le conseguenze in termini di malumore, di dissapori, e con uno scollamento tra il processo penale e quello che in realtà è il processo mediatico”.