Il terreno del “Renato Dall’Ara” aveva visto Roberto Mancini poco più che bambino esibire i primi tocchi vellutati, pregio di una delle nostre generazioni calcisticamente irripetibili. Oggi, ed è comunque un merito, il fenomeno lo abbiamo solamente in porta: lo sanno per primi i suoi compagni, che al secondo mandato del Mancini CT stanno assicurando compattezza, disponibilità e unità d’intenti.
Un’Italia un po’ sottoritmo al quarto impegno ravvicinato contro una Turchia che vive di orgogliosi sussulti esibendo un po’ di quella qualità che fino a qualche mese fa faceva meritare giudizi encomiastici al calcio della Mezzaluna.
In serate così, per mandare a casa contenti i proverbiali bambini che stanno per ottenere il patentino dello scooter prima della possibilità di vedere l’Italia al Mondiale, ci si deve accontentare degli episodi senza farsi abbattere dalle criticità (però rimproverando duramente le distrazioni, come in occasione del pareggio turco).
Al minuto 26 il vantaggio dell’Italia è un lampo azzurro ed è al tempo stesso un gol d’autore, da centravanti di razza, esibito con una naturalezza che fa apparire l’esecuzione più semplice di quanto sia in realtà: Di Lorenzo per Vergara, cross che Scamacca impatta di testa, murato da Kabak, con la palla che resta lì, a un centimetro dalla possibilità di un rinvio; l’attaccante dell’Atalanta fa perno sul bacino per restare in equilibrio dopo lo stacco e a quel centimetro sottrae un millimetro d’anticipo: l’eleganza posturale con cui Scamacca fa partire il siluro dissimula la potenza che sotto la traversa stressa le cuciture della rete.
L’esultanza del pubblico bolognese porta assieme ai suoi decibel un fragore di giustificati applausi.
Per tornare in vantaggio, gli Azzurri si appoggiano poi al decollo di Calafiori, che a sua volta s’appoggia pure lui ma con discrezione.
Da questa tornata di Nations League usciamo da squadra, cosa che non pensavamo di essere.
Paolo Marcacci










