Strana partita a Vigo, in casa del Celta, per la Juventus di Luciano Spalletti: tre bei gol, quello degli spagnoli con una serie di passaggi brevi quasi da calcio a cinque in un fazzoletto di terreno, il primo dei bianconeri siglato da Woltemade con un’esecuzione che fa capire ancora una volta che, a dispetto delle proiezioni fisiche, il lungagnone tedesco ha caratteristiche tutte sue, forse non ascrivibili a una sola tipologia di attaccante; infine il colpo di testa da tre punti di Kolo Muani.
Più del risultato finale che arride allo juventini, lo spunto di riflessione per il tecnico di Certaldo, al termine di una partita che la Juventus alla fine ha meritato di vincere nel secondo tempo, occasioni alla mano e con una lieve prevalenza statistica nel possesso palla, dovrebbe essere la seguente: in casa di una squadra che veleggia a metà classifica nella Liga spagnola, lo sviluppo della manovra juventina – rammentando anche l’assenza di Locatelli che qualcuno ha eccessivamente sottovalutato all’inizio – fa pensare più a un consolidamento progressivo dell’identità figlia degli automatismi di gioco o a difficoltà strutturali che nemmeno il lavoro meticoloso di uno come Spalletti – nella fase matura della carriera – riesce a superare del tutto? Rifletterci dopo una vittoria firmata dagli attaccanti è meglio che rifletterci e basta.
Paolo Marcacci










