Il ricorso presentato dall’avvocato Renato Miele contro la propria esclusione dalla corsa alla presidenza FIGC è all’origine delle contestazioni sulle regole della candidatura e sui requisiti di Malagò (ora Commissario). Nell’intervista a Radio Radio Lo Sport, Miele ricostruisce la vicenda e rilancia le proprie obiezioni sul commissariamento della Federazione.
L’intervento integrale di Renato Miele in diretta su Radio Radio – Lo Sport (7/10/2026)
La nomina a commissario di Malagò e la tesi di Miele
Miele ritiene che il passaggio da una carica elettiva a un incarico nominato dal CONI cambi il quadro giuridico. “La sua nomina a commissario è incompatibile per la legge Severino“, ha dichiarato.
A sostegno della sua tesi, ha spiegato: “La situazione giuridica è cambiata, perché la nomina di commissariamento avviene su nomina del CONI. E quindi lui è un commissario nominato”. L’avvocato distingue infatti tra l’eventuale elezione di Malagò alla presidenza della FIGC e la sua nomina a commissario. Nel primo caso, riferisce Miele, Malagò aveva fatto valere davanti all’ANAC la natura elettiva dell’incarico. Il commissario, invece, non viene scelto con un’elezione federale: è nominato dal CONI. È su questa differenza che fonda la sua nuova obiezione. E Per questo prospetta un possibile intervento dell’ANAC: “Se si sveglia e vedrà sta situazione, può darsi che interverrà…“
Caso Malagò, il primo ricorso e come tutto è iniziato
Ma facendo un passo indietro (nello specifico di qualche mese), bisogna tornare al primo passaggio della vicenda: il ricorso di Renato Miele contro la propria esclusione dalla candidatura. “Il 19 maggio, ho notificato alla Federazione Italiana Gioco Calcio, a Malagò e al dottor Abete, il mio ricorso contro la mia esclusione dalla candidatura“, ha raccontato.
Miele ha riconosciuto di non avere ottenuto l’accredito richiesto dallo statuto. La sua contestazione, però, ha riguardato anche la regola che lo prevedeva. In altre parole, l’avvocato ha contestato la legittimità del requisito. Secondo la sua tesi, la regola limita l’accesso alla candidatura. “È possibile che un milione e mezzo di tesserati che ha la Federcalcio, alla fine il candidato presidente lo possono decidere 100 persone?”, ha chiesto.
Il numero che Miele cita subito dopo infatti è il 173: si riferisce agli elettori delegati che, secondo la sua ricostruzione, compongono l’assemblea chiamata a scegliere il presidente. Per candidarsi, inoltre, occorre ottenere l’accredito delle componenti federali attraverso i loro rappresentanti. Miele contesta quindi un sistema in cui il sostegno delle componenti condiziona l’accesso alla candidatura e in cui il voto finale è affidato ai delegati.
Nel ricorso ha sollevato anche questioni sui requisiti degli altri candidati. In particolare, riguardo a Malagò, ha sostenuto: “Lo sapeva già un mese prima dell’elezione di non essere tesserato. Non è una svista“.
Le accuse sugli organi sportivi
Infine, l’avvocato ha contestato il modo in cui, a suo giudizio, i giudici sportivi hanno valutato le norme richiamate nel ricorso: “Queste tre norme da me citate nei ricorsi non sono state valutate, anzi sono state aggirate dai giudici che consapevolmente hanno voluto aggirarle“.
Miele ha poi detto che si ricandiderebbe in caso di modifica dello statuto: “Io se cambiano lo statuto mi ricandido, certo. Le mie priorità sono (e devono essere) i vivai, i giovani che devono crescere per la Nazionale. Non la politica da poltrona che haci ha attanagliato negli ultimi anni“










