Nel secondo trimestre 2026, TotalEnergies ha registrato un fatturato di 61,771 miliardi di dollari, rispetto ai 49,627 miliardi di dollari dello stesso periodo dell’anno precedente.
Total ha registrato 11,4 miliardi di dollari di utili nel primo semestre, con un balzo del 47%.
Quest’anno i profitti sono esplosi anche per i concorrenti come Shell e BP: tutte e tre hanno incassato miliardi di dollari dal trading durante la crisi di approvvigionamento energetico causata dalla guerra con l’Iran.
Si spiega facilmente perché Patrick Pouyanné, presidente e amministratore delegato di TotalEnergies, colosso energetico francese, lunedì 5 ottobre abbia dichiarato di preferire “un mondo di sconvolgimenti a un mondo pacifico perché crea più opportunità”.
C’è peraltro un aspetto curioso che conferma il tutto: TotalEnergies è in realtà tra le major petrolifere più direttamente esposte alle turbolenze in Medio Oriente. Il conflitto ha colpito in media 210.000 barili equivalenti di petrolio al giorno nel secondo trimestre del 2026, e quindi le opportunità commerciali convivono con perdite operative.
Quindi la guerra le danneggia una parte della produzione, ma il guadagno sul trading compensa e in alcuni casi supera le perdite.
Lo stesso Pouyanné, presentando i conti a luglio, aveva spiegato senza giri di parole da dove arrivasse la crescita: in un contesto di prezzi alti legato al conflitto in Medio Oriente, il gruppo ha fatto leva sul suo modello integrato e sulla diversificazione del portafoglio. In concreto, prezzi del petrolio più alti, margini di raffinazione e risultati del trading hanno compensato il calo della produzione e la debolezza del settore del gas liquefatto.
Un guadagno generale
Quest’anno i profitti sono esplosi anche per i concorrenti, ed emblematico è che Shell e BP hanno incassato miliardi di dollari dal trading durante la crisi di approvvigionamento energetico causata dalla guerra con l’Iran. Shell ha triplicato l’utile netto trimestrale, salito a 10,8 miliardi di dollari dai 3,6 del secondo trimestre 2025, e gli utili della divisione che comprende il trading petrolifero sono passati da 118 milioni a 2,88 miliardi di dollari in un anno. BP ha chiuso il trimestre con 3,91 miliardi di utile netto, più del doppio degli 1,62 miliardi di un anno prima. Nel complesso, le cinque grandi compagnie petrolifere occidentali (BP, Chevron, ExxonMobil, Shell e TotalEnergies) hanno sommato quasi 47 miliardi di dollari di utili netti nel solo trimestre.
Il motore di tutto è la volatilità. Lo Stretto di Hormuz è rimasto di fatto bloccato dall’inizio della guerra, il 28 febbraio, con una breve riapertura a giugno dopo un’intesa provvisoria tra Stati Uniti e Iran, prima di richiudersi con la ripresa delle ostilità. Il Brent ha superato i 126 dollari al barile a fine aprile, per poi crollare di oltre il 40%. Ed è proprio in queste oscillazioni che i grandi trader dell’energia fanno i loro guadagni.
Si spiega facilmente, allora, perché Patrick Pouyanné dichiari di preferire “un mondo di sconvolgimenti a un mondo pacifico perché crea più opportunità”. Lo ha detto a Londra, all’Energy Intelligence Forum, sostenendo che le grandi compagnie integrate, con asset energetici distribuiti in tutto il mondo, sono un modello di business vincente in fasi come l’attuale guerra in Medio Oriente.
Le parole di Pouyanné arrivano in un momento delicato per tutto il settore. Oxfam stima che nel 2026 i profitti delle maggiori compagnie energetiche (BP, Chevron, Eni, ExxonMobil, Shell e TotalEnergies) arriveranno a 147 miliardi di dollari, e chiede di tassarli di più. Pouyanné, intanto, guarda avanti: il 25 settembre il consiglio di amministrazione ha deciso di proporre il rinnovo del suo mandato all’assemblea di maggio 2027.










