Il ritorno del corsivo per legge nelle scuole, pensato anche per allontanare i bambini dagli schermi, trova d’accordo lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, che lo chiede da anni. “L’ho scritto dieci anni fa”, ricorda, con una punta di ironia sul fatto che il Ministero legga ogni tanto quello che dicono chi si occupa di queste cose. Per Crepet la questione è elementare: le ricerche di neuroscienza mostrano che quando si scrive a mano lavora buona parte della corteccia cerebrale, mentre digitare su una tastiera ne impegna solo una piccola parte. Se non si fa, aggiunge, è perché è complicato. Maria Giulia Basile, esperta di pedagogia del movimento, evidenzia il ruolo dei genitori e del registro elettronico.
Il corsivo come espressione di sé
Secondo Crepet il corsivo è anche un modo di raccontarsi: nessuno scrive allo stesso modo, mentre con il mouse siamo tutti uguali. Basta un esempio: chiedere a una bambina di raccontare la propria domenica, con la nonna e la crostata di visciole. Il testo non sta in una riga, e sarà lei a decidere quando andare a capo. Un allenamento formidabile che unisce coordinamento mente-mano, idea spaziale e sintassi. Da qui anche il richiamo alla disgrafia, sintomo che, se non riconosciuto, impedisce di capire davvero il bambino.
Dal movimento al quaderno
Maria Giulia Basile, esperta di pedagogia del movimento, spiega che dal movimento nascono le funzioni di base per lo sviluppo di quelle cognitive più complesse. Il corsivo è un tratto grafico motorio continuo, quindi faticoso, e come tale va praticato ogni giorno. Servono coordinazione oculo-manuale, inseguimento visivo e rappresentazione mentale, tutti requisiti che si possono allenare con semplici attività. Basile propone per esempio di disporre dei cerchi sul pavimento, mostrare al bambino per pochi secondi il percorso tracciato su un foglio e chiedergli di riprodurlo con il corpo. L’obiettivo è che “il corpo diventi la matita e il pavimento il quaderno”.
Basile chiede anche più equilibrio tra sport strutturato e gioco libero. Tre sport a settimana, la scuola di inglese e la musica lasciano poco spazio al movimento spontaneo, che sviluppa competenze diverse, compresa la capacità di risolvere da soli un litigio. Il ruolo dei genitori, dice, è accompagnare i figli e poi farsi da parte.
Meno ansia, meno genitori a scuola
Sulla cosiddetta sindrome del rischio zero, al centro del libro Riprendersi l’anima (HarperCollins), Crepet giudica «terrificante» il catastrofismo di chi vede pericoli ovunque, perché comunica ansia ai figli. Sul corsivo, richiama anche il rispetto dei bambini mancini, un tempo costretti a usare la destra, e la libertà di essere diversi: uniformare tutto, osserva, è il contrario di ciò che serve a crescere.
Crepet rimpiange le attività manuali di una volta, come l’impasto della pizza in casa: dita, sensi, racconti, scherzi e anche qualche pianto in un gesto semplicissimo. «Non abbiamo tempo? Mia nonna non aveva tempo», taglia corto.
Basile aggiunge che il bambino deve essere libero di sbagliare e di correggersi, perché l’errore è un’occasione di apprendimento, e chiede scuole meno legate alla sola lezione frontale: quindici minuti di movimento prima di iniziare, scienze all’aperto, geometria in palestra. La lezione frontale, spiega, raggiunge soprattutto i bambini che sono già bravi, mentre la scuola è di tutti.
L’appello al ministro
Nel finale, a Crepet viene chiesto un appello al ministro Valditara. La risposta è netta: i bambini devono crescere «puliti dalle conseguenze di noi adulti». Considera un errore l’idea di commistione tra scuola e famiglia, nata negli anni Settanta, e propone una misura rivoluzionaria: chiudere il registro elettronico, così che un ragazzo possa andare male in geografia senza che mamma, nonna e zia lo sappiano. «Non cresci se non ti assumi le responsabilità», conclude, ricordando che evitarle a ogni costo ha prodotto una generazione di quarantenni «totalmente irresponsabili».










