Elezioni, la Polonia gela Bruxelles: vincono i nazionalisti anti Ue

Jaroslaw Kaczynski

VARSAVIA  –  Addio alla Polonia europeista dei liberal, addio agli otto anni di governo di Platforma in cui l’economia è cresciuta del 50 per cento e oltre coi conti sovrani sotto pieno controllo. Alle elezioni politiche svoltesi nel paese più importante (per peso demografico economico politico geopolitico e militare) dell’Est di Unione Europea e Alleanza atlantica, i nazionalconservatori di Prawo i Sprawiedliwosc, PiS, Diritto e Giustizia, il partito il cui leader storico Jaroslaw Kaczynski è ritenuto uno dei più influenti euroscettici del continente, hanno stravinto, oltre ogni previsione dei sondaggi, e potranno governare da soli con in mano oltre metà dei seggi del Sejm (Dieta, la decisiva camera bassa del Parlamento, mentre il Senato ha 100 seggi uninominali).

E a rendere ancor più radicale e netta la svolta, arriva la notizia che per la prima volta dalla rivoluzione non violenta che restaurò la democrazia nel 1989 avviando la caduta dell’Impero sovietico e del Muro di Berlino, ogni forza di sinistra resta fuori dal nuovo Parlamento.

“Abbiamo vinto, vogliamo un’Europa che funzioni meglio e dove la Germania si convinca che sbaglia anche lei e la smetta con le scelte unilaterali”, ci dicono alti esponenti del PiS nella Varsavia dei primi freddi percorsa da cortei d’auto dei loro elettori e militanti entusiasti. La cancelleria a Berlino, la Commissione europea a Bruxelles, e la stessa Bce di Mario Draghi (la Polonia non è nell’eurozona ma il suo peso economico è determinante nel continente) temono scelte euroscettiche e contrarie a rigore e riformismo. Molti esprimono anche il timore di scelte autoritarie, “dipende se la vittoria del PiS è quella delle sue facce nuove, giovani moderati come la capolista e futura premier Beata Szydlo e il presidente Andrzej Duda, o se invece sotto sotto Jaroslaw Kaczynski resta l’eminenza grigia che decide tutto”, afferma Konstanty Gebert, columnist del quotidiano liberal Gazeta Wyborcza e di molte testate internazionali e massimo esponente dell’intelligencija ebraica.

“Abbiamo perso, concediamo la sconfitta, consegniamo ai vincitori un paese in crescita”, ha detto la premier uscente Ewa Kopacz poco dopo le 21 locali e italiane, ora di chiusura dei seggi. Con una partecipazione al voto del 51,6 per cento, alta per un paese della “Nuova Europa” dopo la sfiducia verso la politica nutrita dal mezzo secolo di sottomissione alle dittature installate da Mosca, il PiS ha conquistato secondo le proiezioni il 39,1 per cento dei voti, Platforma appena il 23,4. Terzo partito è quello nazionalista-protestatario del cantante rock tradizionalista Kukiz col 9 per cento, seguono i ‘Modernì (Nowoczesna), nuovo partito liberal che ha sottratto voti a Platforma, col 7,1, i contadini col 5,2. Restano sotto la soglia di rappresentanza a livello nazionale e quindi fuori del nuovo parlamento la Sld (sinistra unita), ‘Razem’ (insieme, nuovo partito progressista simile allo spagnolo Podemos), e per fortuna anche l’ultradestra razzista di Janusz Korwin-Mikke. Col sistema di premi e riporto di voti il PiS avrà 242 dei 460 seggi del Sejm, Platforma solo 133.

I nazionalconservatori quindi non avranno bisogno di negoziare difficili coalizioni, potranno governare da soli come l’autocrate euroscettico e xenofobo Viktor Orbàn a Budapest. “Portiamo Budapest a Varsavia”, era uno degli slogan del PiS. Tradizionalismo e forte potere centrale sono affinità di cultura politica dei nazionalconservatori polacchi con la Fidesz, il partito di Orbàn. Ma l’autocrate magiaro è decisamente filorusso e amico e ammiratore di Putin, mentre il PiS è più ostile che mai al Cremlino, e ciò potrà complicare molto i loro rapporti.

Intanto tutti si aspettano alcune veloci decisioni dal nuovo governo di destra. Primo, linea dura dei migranti che secondo Kaczynski sono “portatori di epidemie”. Secondo, smontaggio di alcune riforme e misure di austerity dei liberal sconfitti, a cominciare dalla pensione (l’età scenderà dai 67 attuali analoghi alla Germania a 65 anni) e all’istituzione di assegni familiari di 125 euro per ogni secondo figlio, insieme alla generale promessa di più politica sociale. L’aver dimenticato la parte povera del paese, disoccupati e giovani che partivano per trovar lavoro lontano, o lavoratori sottopagati, è ritenuto uno degli errori più gravi e politicamente suicidi dei liberal, insieme alla loro campagna elettorale afona e alla mancanza di leader carismatici, dopo che Donald Tusk, popolare premier vincitore nel 2007 e 2011, è diventato presidente dell’esecutivo europeo a Bruxelles.

Il problema, secondo gli sconfitti, è che le promesse elettorali d’impegno sociale del Pis potrebbero costare al bilancio pubblico una sessantina di miliardi di euro in pochi anni, sarebbe un pugno nello stomaco anche per conti solidi come quelli tedeschi o svedesi. Non fa niente, dice il PiS: finanzieremo le spese con nuove tasse sulle banche. Come si fa in Ungheria, guarda caso, tanti saluti agli investitori.

LA REPUBBLICA