Cognome materno, balletto infinito Slitta ancora la legge della discordia

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Ancora uno stop sull’introduzione del cognome materno per i nuovi nati, provvedimento per il quale la Corte europea dei diritti umani, su ricorso di una coppia milanese, ha posto l’Italia sotto procedura d’infrazione. La proposta di legge, che è la sintesi fra diverse, tra cui quella presentata a suo tuo tempo dal governo Letta, è stata votata all’unanimità dalla commissione Giustizia della Camera giovedì scorso ma si è scontrata contro le resistenze di alcuni gruppi di opposizione una volta arrivata in Aula a Montecitorio per la votazione ieri, mercoledì 16 luglio.

Dopo la discussione generale e le votazioni sui primi tre articoli ci si è fermati. Ok che i coniugi decidano al momento della nascita quale cognome dare ai figli, del padre, della madre o tutti e due, (in caso di disaccordo vengono messi entrambi in ordine alfabetico) – questo è il contenuto dei primi tre articoli – ma non che il maggiorenne decida di aggiungere un cognome. Per Fdi, Lega, Sel e Per l’Italia bisogna introdurre la possibilità per il figlio, compiuti i 18 anni, di cambiarlo anche cancellando quello precedente, come propone l’emendamento a prima firma di Marisa Nicchi, Sel. Ma non è l’unico punto a coagulare le critiche. Il dibattito, iniziato lunedì e scorso via tranquillo con pochi iscritti a parlare, si riapre.

«È un tema estremamente delicato non solo da un punto di vista etico, sociale e di impatto che avrà nell’evoluzione di una visione nuova e diversa della famiglia, ma anche rispetto alle implicazioni di carattere giuridico e, perché no, anche rispetto alle conseguenze di natura amministrativa che comporta la modifica di un’impostazione che sicuramente appartiene ad un retaggio del passato» sottolinea Nicola Molteni, Lega, in Aula a Montecitorio. «Oggi ci si aspettano provvedimenti sul lavoro, provvedimenti sull’economia.

«Immaginare che sia prioritaria una modifica della possibilità di tramandare il proprio cognome senza neanche una riflessione, sarebbe un atto di arroganza che mi auguro questo ramo del Parlamento non vorrà compiere» fa notare Ignazio La Russa, Fratelli d’Italia, che chiede un rinvio in commissione rigettato dalla maggioranza. La relatrice del provvedimento Michela Marzano, Pd e il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri, cercano di abbassare i toni: «Il ministero della Giustizia e quello degli Interni -spiega Ferri -hanno lavorato insieme per risolvere i problemi amministrativi che non possono fermare l’affermazione di un principio importante contenuto in questo testo legislativo. Vogliamo consentire da una parte di eliminare la discriminazione come ci chiede la Corte europea e dall’altra di affermare la libertà di scelta».

Si riunisce il comitato dei 9 (un comitato ristretto di consultazione fra i partiti) che decide di rinviare la votazione. Ma la spaccatura si allarga, anche pezzi di Forza Italia contestano la legge, tra loro Daniela Santanché e l’ex ministra delle Pari opportunità Stefania Prestigiacomo.

«Tutti siamo consapevoli della valenza politica e civile di una norma come questa, la posta politica di libertà è enorme – commenta Fabrizia Giuliani, Pd tra le firmatarie della proposta di legge -. È sorprendente che a metà della votazione ci siano elementi di così forte dissenso tali da fermare tutto, queste resistenze hanno carattere strumentale, ci sono state tante occasioni di discussione. La Costituzione ci dice che bisogna evitare le discriminazioni, non dare alle donne la possibilità di aggiunge il proprio cognome è lesivo. Ogni vola che si conquista un elemento di libertà emergono resistenze trasversali, auspico che prima della pausa estiva questo provvedimento venga varato». E resistenze si registrano anche in pezzi del Pd. Per molte parlamentari è un film già visto, ricorda tanto l’affossamento tutto maschile delle quote rosa nella legge elettorale e nella legge per le europee.

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