“Welcome back”, lo dice con una nota di giubilo nella voce Emmanuel Macron nel corso di una conferenza congiunta con Pedro Sanchez.
Il tema sul tavolo è facilmente intuibile, dopo le parole alla radio del primo ministro britannico.
Una pausa. Pochi secondi di silenzio, e il tema che a Westminster tutti evitavano da anni è tornato al centro della scena. Andy Burnham, intervistato dal programma Today della BBC Radio 4, ha lasciato intendere che il rientro del Regno Unito nell’Unione europea è tra le strade che il governo potrebbe valutare per ridisegnare i rapporti con il continente.
A Nick Robinson, che gli chiedeva se in fondo il suo obiettivo fosse tornare nell’Ue, Burnham ha risposto dopo un’esitazione che voleva esaminare le opzioni, ma «l’ho già detto, non ha senso negarlo: vorrei vedere la Gran Bretagna rientrare nell’Ue nel corso della mia vita».
Il conduttore gli ha fatto notare che quel silenzio sembrava un sì trattenuto, è a quel punto che il premier ha vuotato il sacco: ha riconosciuto di averlo già scritto nel suo libro, precisando però che non è detto che il momento sia adesso.
Quattro strade sul tavolo
Burnham ha messo in fila gli scenari possibili: lasciare tutto com’è, entrare in un’unione doganale, aderire sia all’unione doganale sia al mercato unico, oppure rientrare a pieno titolo nell’Unione. L’idea di un’unione doganale era stata avanzata dall’ex cancelliere conservatore George Osborne, mentre quella del ritorno nel mercato unico è da tempo il cavallo di battaglia dei Liberal Democratici. Il premier ha spiegato di non voler lasciare la questione in sospeso e di voler chiarire la direzione del Paese per il prossimo decennio, perché secondo lui la Gran Bretagna non può permettersi altri dieci anni di “deriva post-Brexit”.
Il banco di prova sarà il vertice tra Regno Unito e Unione europea atteso per novembre, dove Londra presenterà i vari modelli, dallo status quo fino all’adesione piena. Nella stessa occasione Burnham conta di rendere pubblico un piano decennale per rilanciare l’economia britannica.
“Welcome back”, ha detto il presidente francese Macron quasi a fare gli onori di casa, ma una casa angusta: il Regno Unito, osserva, ha incontrato i limiti del tentativo di riavvicinarsi all’Europa restando fuori dall’Unione, perché non è possibile scegliere soltanto alcune delle libertà previste dal mercato unico e respingere le altre. “Quindi, tornate”.
La svolta di Liverpool
Le parole alla radio arrivano all’indomani del congresso laburista di Liverpool, dove Burnham si era spinto molto più in là di quanto il suo partito avesse mai osato: «La Brexit ha fatto più danni che benefici», aveva detto dal palco. Non aveva chiesto esplicitamente il ritorno in Europa, ma il messaggio è arrivato forte e chiaro ai delegati.
È un cambio di passo netto perfino rispetto al suo predecessore. Keir Starmer aveva scelto la via di un riavvicinamento limitato, fatto di allineamento agli standard alimentari europei, di un accordo sui visti per i giovani e del ricollegamento dell’industria britannica al mercato europeo del carbonio. Non solo: il programma elettorale con cui il Labour ha vinto le elezioni del 2024 escludeva espressamente il rientro nell’Ue, nel mercato unico e nell’unione doganale.
Nessuna domanda di adesione
Per ora, va detto, siamo alle intenzioni. Nessuna richiesta formale è partita da Downing Street, e le parole del premier non significano che Londra si stia preparando a bussare alla porta di Bruxelles. Lo stesso Burnham, a giugno, dopo aver espresso il desiderio di un ritorno in Europa, aveva ridimensionato la cosa spiegando che l’adesione non era una priorità.
Dall’opposizione, intanto, i conservatori sparano a zero sull’intera linea del governo. Kemi Badenoch ha liquidato il discorso di Liverpool come un intervento pensato per il partito e non per il Paese, accusando Burnham di voler riportare la Gran Bretagna al modello economico degli anni Settanta, quello che finì con il salvataggio del Fondo monetario internazionale. Dieci anni dopo il referendum, la Brexit torna a dividere Londra.










