L’Europa è davvero in crisi? Dopo 20 anni la domanda che nessuno vuole affrontare

Vi do ora una notizia interessante. Un sondaggio condotto in sei Paesi europei rivela che il 68% degli intervistati, oltre due cittadini su tre, percepisce l’Unione Europea come un sistema in una condizione di degrado che rischia di essere irreversibile. Il sentimento di sfiducia raggiunge livelli particolarmente elevati in Francia e Germania, dove prevalgono i giudizi negativi. Vi ricordate quando, qualche anno fa, sostenevo che la crisi dell’Unione Europea sarebbe arrivata proprio dai Paesi fondatori, Francia e Germania? Ricevetti, naturalmente, insulti, derisioni e critiche di ogni genere. Beh, alla fine chi aveva ragione? Lo vedremo. Quasi tre quarti degli intervistati nei Paesi più critici, tra cui appunto Francia e Germania, esprimono un giudizio fortemente negativo sulla gestione delle crisi da parte di Bruxelles, considerata distante dai bisogni reali della popolazione. E qui voglio fare una considerazione. Una crisi non può durare vent’anni. Se dal 2007-2008 ci raccontano continuamente che siamo dentro una crisi, dopo quasi vent’anni è legittimo porsi una domanda: siamo davvero ancora di fronte a una crisi oppure stiamo assistendo a una trasformazione strutturale del nostro sistema economico? È una tesi che sostengo da anni e che ho affrontato anche nei miei libri: quella che viene descritta come una crisi permanente potrebbe essere, almeno in parte, il risultato di scelte economiche e politiche deliberate, che hanno progressivamente modificato il sistema.

E di fronte al crescente malcontento della popolazione, qual è la risposta dell’establishment europeo? Secondo alcune interpretazioni, il problema sarebbe addirittura un presunto deficit di immaginazione dei cittadini. In altre parole: non riusciamo a vedere quanto sarebbe meravigliosa questa Unione Europea perché non abbiamo abbastanza immaginazione. Ma forse il problema è un altro. Forse bisogna guardare alle conseguenze concrete delle politiche comunitarie. La burocrazia sempre più complessa. Le normative ambientali e gli obblighi crescenti per le imprese. I costi amministrativi. Le decisioni percepite dagli imprenditori come lontane dalla realtà quotidiana delle aziende. Nel frattempo, mentre grandi potenze economiche come Stati Uniti, Cina e India investono massicciamente nella propria capacità produttiva, molte imprese europee devono confrontarsi con un sistema normativo sempre più articolato e con costi crescenti. Questo è ciò che mi raccontano ogni giorno gli imprenditori. Proprio ieri mi ha contattato un’imprenditrice attraverso il mio sito, valeriomalvezzi.it. La vedrò lunedì. E ancora una volta il tema era lo stesso: difficoltà concrete, costi, burocrazia e soprattutto il problema di difendere la propria base occupazionale. Io sono dichiaratamente dalla parte degli imprenditori. Per scelta, per professione, per storia e per filosofia. E, soprattutto, sono dalla parte di chi considero più debole: di quelle persone e di quelle imprese che negli ultimi venticinque anni hanno dovuto affrontare un sistema di regole sempre più complesso e, in molti casi, difficile da sostenere.

Perché alla fine bisogna avere il coraggio di scegliere da che parte stare. E io scelgo di stare dalla parte di chi produce, di chi investe, di chi crea occupazione. Prendiamo il rapporto con la Cina. Non sappiamo ancora quale sarà, di volta in volta, la politica europea sui dazi e sul commercio internazionale. Ma una cosa è certa: sul fronte burocratico e normativo, le imprese europee continuano a confrontarsi con un sistema molto pesante. Ed è qui che arriviamo al punto centrale. Per anni abbiamo costruito un modello economico fondato su austerità, contenimento della domanda interna e compressione dei consumi. Il risultato, secondo questa lettura, è stato un progressivo indebolimento del tessuto produttivo e della capacità di crescita dell’economia europea. E allora la domanda non è più soltanto se l’Europa sia in crisi. La domanda è: quanto a lungo possiamo continuare a chiamare “crisi” un processo economico che dura da quasi vent’anni?