Un conduttore molto stimato in Russia ha insultato il nostro Presidente del Consiglio nel suo canale personale. Una cosa sgradevole e deprecabile, che va condannata senza dubbi. Come italiani difendiamo sempre le nostre istituzioni e chi le rappresenta — lo facciamo con chiunque, indipendentemente da chi lancia l’attacco.
Detto questo, la nostra reazione è stata sbagliata. Siamo caduti in una trappola.
Primo: quegli insulti non sono stati pronunciati in TV, ma in uno spazio privato. Trattarli come una dichiarazione di Stato è un errore di valutazione, oltre che una forzatura. Lo stesso ambasciatore russo Paramonov, nella sua nota ufficiale, ha fatto notare che la Russia non ha mai usato le dichiarazioni di giornalisti o conduttori italiani — spesso ostili alla Russia — come pretesto per azioni diplomatiche.
E qui viene il punto scomodo: ha ragione. Noi abbiamo insultato la Russia per anni, abbiamo tolto la sua bandiera dagli eventi sportivi — che è uno degli atti più ostili che si possano compiere nei confronti di una nazione. Come possiamo quindi scandalizzarci se dall’altra parte risponde qualcuno, per quanto in modo inaccettabile?
In Italia, poi, i conduttori “vicini al potere” esistono eccome. Se analizzassimo parola per parola quello che dicono certi volti noti della nostra televisione e della nostra radio — inclusi quelli che presentano libri di politici e partecipano ai loro convegni — probabilmente troveremmo insulti altrettanto pesanti, o peggiori.
La qualità della nostra classe dirigente si misura anche in questo: nella capacità di non cadere nelle provocazioni, di rispondere con equilibrio, di distinguere tra un’esternazione privata e un atto di Stato. Invece reagiamo in modo scomposto, amplifichiamo ciò che avrebbe dovuto restare marginale, e alla fine ci facciamo i nemici sbagliati — rimettendoci sia economicamente che nella reputazione internazionale.
Nel video l’editoriale di Fabio Duranti.










