È stata depositata una proposta di legge di iniziativa popolare per introdurre in Italia un’imposta sui grandi patrimoni. Il progetto prevederebbe un’aliquota progressiva tra l’1% e il 3,5% per chi detenga una ricchezza netta superiore ai 2 milioni di euro, escludendo la prima casa. Le risorse derivanti dal prelievo, secondo questo progetto, sarebbero vincolate a investimenti in settori strategici come la sanità e l’istruzione. Il dibattito politico resta però fortemente polarizzato, con una sinistra pronta a correggere una concentrazione della ricchezza e una destra contraria a nuovi oneri sui risparmi degli italiani. Le stime di gettito tra i 26 e i 60 miliardi di euro annunciati dai promotori apparirebbero tuttavia molto ottimistiche rispetto a calcoli tecnici più prudenti.
I nodi irrisolti della patrimoniale
Un’analisi basata sui dati della Banca d’Italia suggerisce invece un gettito reale potenzialmente inferiore, data soprattutto la difficoltà di valutazione di patrimoni complessi. Il valore di un patrimonio è infatti distribuito tra beni di diverso tipo, dagli immobili alle opere d’arte, oppure a quote di società, oppure a vestiti. Considerando inoltre che si applicherebbe questo prelievo a circa l’1% della popolazione italiana ritenuta più facoltosa in termini di patrimoni e di rendite, e meno colpita da prelievi di tassazione ordinaria sui redditi. L’imposta comporterebbe complicazioni operative come l’assorbimento di tasse esistenti quali l’IMU sulle seconde case, e poi esisterebbero rischi relativi all’attuazione, tra cui la concreta possibilità di fuga di capitali da un paese verso giurisdizioni più favorevoli.
Evasione fiscale e riforma dei redditi: le priorità alternative
Secondo alcuni, per intervenire sulle disuguaglianze in modo efficace sarebbe prioritario intervenire sull’equità fiscale, sull’evasione fiscale, riformare la tassazione sui redditi. Secondo me invece bisognerebbe intervenire su quella gabbia di matti chiamata Unione Europea che impedisce la creazione di ricchezza. Il problema non è andare a colpire una ricchezza già prodotta, quanto crearne di altra, perché altrimenti continuiamo a massacrarci, a fare harakiri. Il vero problema è che non produciamo più ricchezza da molto tempo, perché la diamo ad organi burocratici europei che non hanno a cuore il nostro paese.
Malvezzi Quotidiani, l’Economia Umanistica spiegata bene | Con Valerio Malvezzi










