Tagli, innovazione e ricambio generazionale così cambia la Pa

MATTEO RENZI

La riforma della pubblica amministrazione sarà approvata dal Consiglio dei ministri il prossimo 13 giugno. Annunciando quella data per il via libera al disegno di legge (e forse a un decreto) il presidente del Consiglio ha spiegato che l’apparente rinvio è stato motivato dalla volontà di sottrarre il tema alla campagna elettorale ed anche di avviare una grande consultazione tra gli stessi lavoratori del pubblico impiego, in qualche modo alternativa ai classici incontri con i sindacati.
LE LINEE GUIDA
Dunque al momento l’unico testo è proprio la lettera indirizzata ai dipendenti, che sono invitati a rispondere all’indirizzo di posta elettronica rivoluzione@governo.it. Tre i grandi filoni, che a loro volta sono articolati in vari punti: c’è quello del capitale umano, quello delle razionalizzazioni e dei risparmi (“Sforbicia Italia”) e infine l’innovazione tecnologica.
Ma lo stesso premier – che ha illustrato le linee guida insieme al ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia – ha voluto sintetizzare così la filosofia dell’intervento: «C’è un sacco di bella gente nella Pa e va premiata, c’è qualche fannullone e li stanghiamo». Dunque nelle intenzioni non sarà una riforma contro i lavoratori e nemmeno un intervento finalizzato primariamente ad ottenere risparmi di spesa, quanto piuttosto all’efficienza.
LA BUROCRAZIA
Il capitolo personale comprende innanzitutto strumenti per agevolare il ricambio generazionale: abrogazione del trattenimento in servizio, mobilità anche obbligatoria, introduzione dell’esonero del servizio, agevolazione del part time, applicazione dei limiti ai compensi individuali, possibilità di demansionamento per i dipendenti in esubero, semplificazione del turn over, dimezzamento dei permessi sindacali nel settore pubblico, ruolo unico per la dirigenza, licenziamento dei dirigenti senza incarico e valutazione dei loro risultati, sistema di incompatibilità più rigoroso per i magistrati amministrativi.
Del piano di tagli fanno invece parte la riorganizzazione degli enti di ricerca, la messa in comune dei servizi tra le amministrazione locali, il riordino delle autorità indipendenti (con la cancellazione della Covip che confluirà in Bankitalia), la centrale unica per gli acquisti delle forze di polizia, l’abolizione del concerto tra i ministeri e la limitazione dei decreti attuativi, l’unificazione delle scuole della pubblica amministrazione, quella tra Aci, Pra e Motorizzazione, il riordino della presenza dello Stato a livello territoriale, l’inasprimento delle sanzioni per chi avvia liti temerarie in campo amministrativo, la limitazione delle sospensive sempre nei giudizi di Tar e Consiglio di Stato.
Il piatto forte della digitalizzazione è invece l’introduzione di un unico Pin per l’accesso del cittadino alla pubblica amministrazione. Ma un’altra sfida impegnativa è l’unificazione delle banche dati pubbliche.

Il Messaggero