Spending più pesante tagli fino a 25 miliardi

MARIO DRAGHI

ROMA La recessione certificata dall’Istat, Mario Draghi che sferza il governo e infine Moody’s che censura la lentezza dell’azione riformatrice. Gli uomini vicini a Renzi l’avvertono la pressione che, da molte parti, scuote Palazzo Chigi da alcuni giorni. Ma non sembrano affatto scoraggiati. Il cambio di passo in economia non c’è ancora, si ammette a denti stretti, o almeno non è così veloce e allora appuntamento alla legge di Stabilità. E’ in quel documento (a detta dell’inner circle di economisti che consiglia il premier), che sarà messo nero su bianco e presentato al Parlamento entro metà ottobre, che si vedrà la «svolta sorprendente» che il Paese aspetta per tirare la testa fuori dall’acqua e ripartire. Certo, è un navigare controcorrente e il governo confidava di poter lavorare in un clima diverso. Però l’agenda non cambia e le riforme, giurano, si faranno alla svelta. A cominciare dalla spending review dalla quale il Tesoro punta ad incamerare, tra il 2014 e il 2015, una cifra intorno ai 16 miliardi. Che sale fino a quota 34 nel triennio che comprende anche il 2016. Una cifra da utilizzare «per tagliare le tasse a imprese e lavoratori». Ecco, il governo non solo è certo di riuscire a centrare l’obiettivo quantitativo. Ma di poterlo anche superare abbondantemente.
PORTA STRETTA
Occhi puntati sulla rete di sussidi alle imprese che vanno razionalizzati e, soprattutto, sugli acquisti di beni e servizi da parte dello Stato. Questo capitolo della spesa pubblica, in gran parte governato dalla Consip, vale 132 miliardi l’anno e la task force del commissario Cottarelli ha previsto risparmi per 7,2 miliardi nel prossimo biennio. Ebbene in questo settore si ipotizzano, a regime, risparmi potenziali da 25 miliardi l’anno rispetto all’attuale montagna da 800 miliardi di spesa dello Stato. Nel mirino poi le municipalizzate con l’obiettivo di dimezzarle. Una sforbiciata più robusta di quanto previsto dal commissario Carlo Cottarelli e giudicata a portata di mano grazie al fatto che le centrali appaltanti (che oggi sono circa 30 mila) saranno polverizzate e ridotte al massimo a quota 40. 
Con un beneficio fortissimo, si spera, in termini di efficientamento degli acquisti. Questo non vuol dire che i risparmi aggiuntivi rispetto a quanto si ipotizza nel piano Cottarelli saranno realizzati subito, ma viene prefigurata la possibilità di incamerare, da subito, qualche risorsa in più rispetto ai 4,5 miliardi di euro messi in preventivo per il 2014. Quanto è impossibile dirlo perchè al momento il governo tiene le carte coperte. E comunque, ammette una fonte vicina al dossier «è la politica che fa le scelte». Come a dire che per avere successo l’operazione spending review («in ballo nel futuro c’è la possibilità di tagliare tasse per 2 punti di Pil: 30 miliardi» ) dovrà passare attraverso le forche caudine dei partiti e dei loro interessi. Tuttavia, raccontato i suoi consiglieri, Renzi è consapevole che sulla revisione della spesa si gioca praticamente tutto. Perchè se fallisce non ci saranno soldi per rendere strutturale il bonus da 80 euro, per ridurre l’Irap e per portare a termine la delega del jobs act con la quale, dal 2015, ci si augura di dare una scossa al mercato del lavoro che, a forza di espellere persone e di non reclutarne altre, ha portato la disoccupazione a quota 12,6% «Sia chiaro – si fa sapere – le riforme si faranno senza smantellare lo stato sociale, ma rafforzandolo». Ad ogni modo, a farsi scorticare dalle critiche a Palazzo Chigi proprio non ci stanno. E ricordano ai critici di Moody’s le cose che sono già state fatte in campo economico. Vale a dire la riforma della Pa, il decreto competitività, l’avvio della riforma della giustizia civile e il bonus fiscale («che sarà permanente» ) di cui godono 10 milioni di italiani. E che, si confida «negli ultimi mesi dell’anno darà una spinta ai consumi».
IL NODO DEFICIT
In questo quadro, il tandem Palazzo Chigi-Tesoro si prepara anche a porre il problema, in sede europea, della flessibilità del deficit. Nessuna intenzione di sfondare il tetto del 3% (secondo i calcoli di Via XX Settembre, tra l’altro, anche con la recessione a fine anno l’Italia resterà intorno al 2,8-2,9% nel 2014 ) ma la ferma volontà di «cambiare insieme le politiche economiche perchè è chiaro che con le regole attuali non si aggancia la ripresa». L’appuntamento cruciale è previsto per il 13 settembre quando Pier Carlo Padoan, nell’ambito del semestre italiano, presiederà i lavori dell’Ecofin. Ed è a quel tavolo di Milano che il ministro dell’Economia «giocherà le sue carte» per cercare di cambiare le regole del gioco non solo sul pareggio di bilancio da rimandare oltre il 2016. Ma anche sulla necessità di adottare politiche espansive liberate da un’applicazione troppo rigida dei trattati.

IL MESSAGGERO