Spaghetti western: il mito di Sergio Leone compie 50 anni

Sergio Leone

Nel 1964, cinquanta anni fa, usciva nelle sale “Per un pugno di dollari” primo western di Sergio Leone e primo film della “trilogia del dollaro”, che comprende “Per qualche dollaro in più” del 1965 e “Il buono, il brutto, il cattivo” del 1966. Sebbene anni prima fossero già stati realizzati western di produzione italiana, è con “Per un pugno di dollari” che inizia l’età dell’oro degli spaghetti western, pellicole che cambiarono le regole dei western americani e ridiedero vita ad un genere che in quel momento stava vivendo un declino apparentemente ineluttabile.

La trama del film, ispirato ad una pellicola giapponese del 1961, “La sfida dei Samurai” di Akira Kurosawa, narra di un pistolero solitario che nel 1872 arriva a San Miguel, sul confine USA-Messico, dove, facendo il doppio gioco, si vende per un pugno di dollari a ciascuna delle due famiglie dominanti la città (i Rojo e i Baxter). Asprendo in questo modo la rivalità dei componenti dei due clan, riesce a farli eliminare tra di loro e a ripristinare la giustizia in paese dopo aver ucciso in un epico duello il capo carismatico dei fratelli Rojo, Ramon. Lascia quindi il villaggio prima che torni in mano alle forze governative.

Le origini dei miti sono spesso casuali, a volte circondate da iniziali previsioni o convinzioni di insuccesso. E così accadde anche in questo caso. Il film nacque infatti immerso in un alone di scetticismo. La stessa casa di produzione, la Jolly, non convinta affatto del progetto, accettò di realizzarlo con molti dubbi, perplessa sullo stesso Leone per il fatto che volesse cimentarsi per la prima volta con il genere western. Acconsentì affidandogli un budget molto basso, obbligandolo persino all’utilizzo della troupe e del set predisposti per un altro film, “Le pistole non discutono” di Mario Caiano, del cui successo, erroneamente, era profondamente convinta.

Fu a causa di tutta questa diffidenza che probabilmente, nel tentativo di conquistare la fetta più alta possibile di pubblico, soprattutto al di là dell’oceano, si tentò di “americanizzare” il film facendo credere che il cast fosse totalmente composto da statunitensi: Sergio Leone usò il nome di Bob Robertson (in omaggio a Roberto Roberti, nome d’arte del padre Vincenzo Leone, attore e regista italiano della prima metà del novecento), Gian Maria Volontè (coprotagonista del film insieme a Clint Eastwood) apparve con il nome di John Wells e persino Ennio Morricone firmò la colonna sonora che lo lanciò come uno dei compositori più talentuosi e magnifici di tutto il cinema mondiale con lo pseudonimo di Dan Savio.

Ma ancora più interessante, quasi grottesco, fu quello che seguì all’inaspettato successo. Venne fuori infatti che probabilmente sempre a causa del quasi certo flop – la Jolly, pur assicurando il contrario al regista romano, non aveva mai pagato i diritti della storia a Kurosawa, il quale appena visto il film diede subito inizio ad una causa legale i cui risvolti finali furono davvero sorprendenti. I legali italiani infatti, per evitare enormi danni economici, non solo si difesero, ma, facendo ricorso alla genialità e alla fantasia, partirono al contrattacco cercando, anche con un po’ di imbarazzo in Leone e nei suoi collaboratori, un’opera anteriore di cui anche il film di Kurosawa fosse una scopiazzatura e tra lo stupore generale arrivarono a dimostrare che il suo personaggio era basato sul doppiogiochista Arlecchino, protagonista della commedia “Arlecchino servitore di due padroni” scritta nel 1745 da Carlo Goldoni.

La battaglia legale si chiuse allora con un patteggiamento che portò nelle tasche di Kurosawa i diritti di distribuzione del film in Giappone, Taiwan e Corea del Sud e il 15% degli incassi in tutto il mondo, ma soprattutto con una suggestiva convinzione: che Goldoni era l’ispiratore del western all’italiana. Ma quel che più conta fu l’esplosione definitiva del talento di Sergio Leone e del suo modo originale di fare western.

Quello che compie il regista italiano è un’autentica rivoluzione che rilancia il genere sconvolgendo i canoni del modo narrativo, introducendo tecniche di ripresa e di regia fino ad allora quasi mai utilizzate. La fotografia abbandona i colori saturi tipici dei western americani e le dissolvenze, altro espediente spesso utilizzato nelle pellicole a stelle e strisce, vengono ridotte al minimo, rendendo in questo modo le inquadrature più vive. Le sequenze e i ritmi delle scene sono dilatate per scandire non solo il tempo ma anche lo spazio, mettendo in risalto dettagli di incredibile tensione drammatica: fondine, pistole, pollici che accarezzano grilletti e soprattutto strettissimi primi piani sui protagonisti, i cui occhi sono in grado da soli di trasmettere allo spettatore lo stato d’animo che questi sta vivendo. La conseguenza è la drastica riduzione dei dialoghi e la presenza di continui momenti di silenzio ad alto voltaggio, dove solo il rumore di uno stivale, una raffica improvvisa di colpi o il vento che lambisce le insegne della cittadina di turno, hanno la facoltà di spezzarne la gravità presagendo la possibilità di una imminente sparatoria.

Infine, l’ingrediente speciale, quello che rende davvero unico il lavoro di Sergio Leone e dei suoi futuri seguaci, che sciocca tutti e che nessuno si sarebbe mai aspettato di trovare in un vero film western: l’ironia. I protagonisti dei suoi film infatti, a partire dallo stesso Clint Eastwood, usano il loro atteggiamento ironico per non perdere mai il controllo e per inventare continue soluzioni con cui uscire indenni dall’idea che la morte può arrivare da un momento all’altro. Negli anni d’oro degli spaghetti western l’ironia conquisterà sempre più spazio nei film di Leone e dei suoi discepoli, integrandosi perfettamente nelle storie raccontate grazie anche a straordinari caratteristi come Eli Wallach (il brutto ne “Il buono, il brutto, il cattivo”, che i pochi avvezzi al genere avranno visto interpretare Don Altobello ne “Il Padrino, atto III” di Francis Ford Coppola del 1990 o l’anziano sceneggiatore amico di Kate Winslet nella commedia romantica “L’amore non va in vacanza” del 2006) fino a sublimarsi con le interpretazioni di Bud Spencer e Terence Hill (insieme a Wallach ne “I quattro dell’Ave Maria“ del 1968 di Giuseppe Colizzi) culminate nel successo di “Lo chiamavano Trinità” del 1970 di E.B. Clucher, al secolo Enzo Barboni (film interamente girato tra il Lazio e l’Abruzzo) e de “Il mio nome è nessuno” in cui nel 1973 Sergio Leone e Tonino Valerii dirigono il solo Terence Hill in coppia con Henry Fonda.

Sergio Leone è morto nel 1989, ma tuttora è considerato un maestro dai più grandi attori e registi del cinema mondiale, omaggiato e citato continuamente nei loro film. La lista sarebbe lunga, ne menzioniamo due: Quentin Tarantino, che nelle sue interviste non manca mai di ricordare il modo che ha di chiedere ai suoi operatori di ripresa “Dammi un Leone” quando si aspetta uno strettissimo primo piano su un attore, e Robert Zemeckis che in “Ritorno al futuro III” gli rende onore rievocando molte delle scene più tipiche della trilogia del dollaro. Maestro di cinema, ma non solo. Nei film di Leone vige spesso infatti una morale finale infarcita con tante piccole lezioni sulla vita. Chiudiamo allora anche noi con la sua ironia, citandone una da “Per un pugno di dollari”: se proprio dovete duellare contro qualcuno, fate attenzione all’arma da scegliere, perché, come dice Ramon (Gian M. Volontè) a Joe (Clint Eastwood), “Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto.”

Massimo Supino