Roma, in Campidoglio va in scena l’armistizio 5 Stelle. C’è tutto il Direttorio ad applaudire Virginia

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Abbracci, baci, strette di mano e un mazzo di fiori. I sentimenti in mostra per rovesciare l’immagine di faide e per parlare ai romani così: “Ricostruire una città in macerie, come quella che ci hanno lasciato, non sarà certamente facile. Ma ce la possiamo fare. Merito e legalità saranno nel nuovo alfabeto”. È il giorno del primo consiglio comunale dell’era Raggi, ma è anche il giorno dell’armistizio dopo la lotta contro il tempo per comporre la Giunta e le battaglie tra le varie anime del Movimento 5 Stelle per accontentare tutti.

I parlamentari grillini e il mini-direttorio siedono davanti al neo sindaco, al centro dell’Aula Giulio Cesare. Ci sono Alessandro Di Battista, Roberto Fico, Paola Taverna, Roberta Lombardi (che in giro si fa vedere poco), Carla Ruocco, Stefano Vignaroli. Per citarne solo alcuni. Raggi (pantalone e giacca nera, e un po’ di tacco) si alza dal suo scranno e corre a salutarli, a baciarli e a ringraziarli. Sorrisi e grande emozione. Nella poltrona dietro il sindaco siede Marcello De Vito. Nel momento in cui Mr Preferenze, sfidante della Raggi alle Comunarie (si era parlato anche di una faida per farlo fuori), viene eletto presidente dell’assemblea, il primo cittadino si volta e va in scena una stretta di mano calorosissima. Ancora grandi sorrisi e applausi. Lui ricambierà donandole un mazzo di fiori prima del giuramento ufficiale.

Il bar è un tutto un capannello di parlamentari e attivisti 5Stelle. Bibite e gelati: è il giorno in cui tutti ma proprio tutti tirano un respiro di sollievo. Alla fine la squadra, in un modo o nell’altro, è stata formata e ora si apre un nuovo capitolo. “Avete visto che bella Giunta? Meglio di così non poteva andare”, dice Carla Ruocco. Si avvicina Di Battista fiero come non mai: “Avremo montagne da scalare, a contrasto di alcuni potentati che si sono sentiti padroni della città e invece non lo sono. Questa città deve tornare a essere normale. Un consiglio alla Raggi? Non ne do, è lei il sindaco”. Dibba preferisce mantenere un profilo super partes in questa partita. Non è infatti passato inosservato il suo silenzio negli ultimi giorni. Un po’ di imbarazzo, per aver annunciato un assessore dal palco di Ostia alla vigilia del ballottaggio e averlo fatto fuori il giorno prima del consiglio comunale, però c’è. “Lo Cicero via? È una scelta del sindaco”, dicono i parlamentari glissando la domanda.

Tra il pubblico ci sono i parenti di tutti. Ci sono i genitori di Virginia Raggi, con il padre che al bar parla di una figlia “determinata” e avverte: “Se il Movimento 5 Stelle la fa cadere, tutto il Movimento cade”. C’è il marito del sindaco e attivista Andrea Severini con il figlio Matteo, che per qualche minuto siede con la mamma nello scranno più alto suscitando anche qualche polemica. Ci sono la compagna e il figlio del vicesindaco Daniele Frongia. E in prima fila ad applaudire il primo cittadino c’è anche l’avvocato Pier Emilio Sammarco, titolare dello studio dove Raggi ha lavorato anche se il nome era sparito dal suo curriculum: “Sono molto contento per Virginia e sono sicuro che farà molto bene. In studio era bravissima”, dice prima che i consiglieri prendano il loro posto.

A proposito, il colpo d’occhio in Aula è forte. Gli scranni a sinistra, storicamente occupati appunto dalla sinistra, sono tutti occupati dai grillini. Al Pd sono rimasti quelli a destra, un po’ una contraddizione, ma sta di fatto che i grillini hanno deciso così. C’è Roberto Giachetti, il candidato dem che ha perso al ballottaggio, ci sono i consiglieri con la capogruppo Michela Di Biase: “È evidente che è finita la fase dei tweet, ora Virginia governa, governasse”. Raggi chiede loro di collaborare. Spiccano gli ex candidati alla poltrona di primo cittadino come Alfio Marchini e Stefano Fassina, quest’ultimo chiede subito alla Raggi di indire un referendum sulle olimpiadi.

Ma il sindaco quando prende la parola non ne fa cenno. Presenta gli assessori dicendo: “Nessun politico in Giunta”. E poi cita l’ex primo cittadino comunista Luigi Petroselli: “Nel suo discorso di insediamento rievocava con forza il principio e il sentimento dell’umiltà, raccogliendo l’eredità di un altro gigante della storia capitolina, Giulio Carlo Argan, in segno del rispetto verso il suo alto e ineguagliabile rigore intellettuale e morale”.

Il suo non è un discorso programmatico, sembra più un discorso di valori, in cui più volte nomina il Movimento 5 Stelle: “E’ la nostra grande occasione per cambiare realmente le cose. È l’occasione di tutti i romani, per tornare ad avere una città che si occupi finalmente di loro”. Dal fondo della sala si alza un coro “Onestà-onestà-onestà”. I parlamentari e gli attivisti salutano il discorso del neo sindaco con un lungo applauso che prova a riportare la quiete dopo la tempesta dei giorni appena trascorsi.

L’Huffington Post