Riforme sprint, manca solo il voto finale

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È quasi fatta. La riforma costituzionale che sancisce la fine del bicameralismo perfetto, attribuisce ai soli deputati la prerogativa della fiducia al Governo e ridisegna le competenze di Stato e Regioni, martedì otterrà il sugello finale. Ieri l’Aula di Palazzo Madama ha concluso l’esame dei 41 articoli del Ddl Boschi, in anticipo rispetto al termine previsto. Tant’è che il presidente Pietro Grasso ha già sconvocato le sedute calendarizzate per oggi e lunedì dando appuntamento a martedì alle 15 per il voto finale. «Dicevano “Le riforme si fermeranno, il Governo non ha i numeri”. Visto come è andata? Questa è #lavoltabuona L’Italia riparte», rivendica soddisfatto Matteo Renzi con l’immancabile tweet.

Dopo il sì del Senato la riforma dovrà tornare alla Camera per ottenere il via libera alle modifiche introdotte a Palazzo Madama ma solo su cinque articoli. A questo punto, decorsa la pausa di riflessione di tre mesi e ottenuto il voto finale di entrambe le Camere, il testo verrà sottoposto a referendum, presumibilmente nell’autunno 2016.

Ma è evidente che il passaggio più delicato e più pericoloso per Renzi è proprio quello che sta per concludersi a Palazzo Madama. E in effetti fino a poche settimane fà il risultato di superare l’esame del Senato, soprattutto prima dell’apertura della sessione di Bilancio, era tutt’altro che scontato. Le divisioni nel Pd andate in scena sui palchi delle feste dell’Unità e i milioni di emendamenti presentati da Roberto Calderoli non erano certo premesse incoraggianti.

Fin dall’inizio però era apparso evidente che nessuno nel Pd voleva caricarsi addosso la responsabilità di un fallimento. Così ,raggiunta l’intesa sull’articolo 2, sulle modalità di scelta dei senatori, la tensione nel partito del premier si è drasticamente attenuata. E il risultato è stato che rapidamente si è arrivati all’accordo anche sugli altri punti controversi della riforma, come il quorum per l’elezione del Capo dello Stato e da ultimo la norma, approvata ieri, che stabilisce tempi certi per la legge che dovrà disciplinare l’elezione del senatori e introduce il giudizio preventivo di legittimità costituzionale sulla legge elettorale, ma «solo in sede di prima applicazione» e su richiesta di «almeno un quarto dei componenti della Camera dei deputati o un terzo dei componenti del Senato della Repubblica». A chiederne il via libera non a caso sono stati Doris Lo Moro e Vannino Chiti, due dei principali esponenti della minoranza dem.

Su nessun articolo o emendamento, anche nel caso di voto segreto, la maggioranza ha rischiato di andare sotto. Anche se va registrato che negli ultimi due giorni i voti sono andati calando fino a toccare, ieri, in alcuni voti segreti quota 142 e quindi molto distanti dalla maggioranza assoluta (161).

Scorrendo i tabultati si scopre che a mancare sono stati soprattutto i cenristi di Ncd (8 gli assenti). Nel partito di Angelino Alfano sta per scoccare l’ora del «chiarimento politico», ovvero del rapporto con il Governo e con gli altri partiti del centrodestra.

Ma a contribuire al successo del Governo è stato anche l’atteggiamento e la divisione tra le opposizioni. Alla fine la mossa della Lega di presentare vagonate di emendamenti si è rivelata controproducente. Fin dall’inizio era chiaro che non sarebbe stato ammissibile consentire un precedente che di fatto provocava la paralisi dell’attività legislativa.

A questo si è poi aggiunta la rottura con Fi, che, oltre a non schierarsi con le altre opposizioni in una votazione, non ha seguito neppure la Lega nella scelta di non partecipare al voto. Così ieri il voto sull’ultimo articolo del provvedimento, il 41, è passato con 165 sì e solo 58 «no», più 2 astenuti. A corredo le accuse di «inciucio» mosse a Fi dal leghista Calderoli e dal capogruppo dei Conservatori di Fitto, Cinzia Bonfriscoche parla di «nuovo Patto del Nazareno». Nel mirino soprattutto il presidente dei senatori azzurri, Paolo Romani, che aveva partecipato ad un incontro con il Governo nel corso della stesura di un emendamento all’articolo 38. Romani però non ci sta e spiega che si era solo limitato a chiedere cosa stesse accadendo e il governo gli aveva risposto: «Non confondiamo la cortesia con l’inciucio». Ma lo scontro è anche dentro Fi e potrebbe emergere in occasione della riunione che si terrà martedì prima del voto finale sulla riforma.

Sempre prima del voto si terrà (lunedì) anche il Consiglio di presidenza del Senato. A chiederlo è stato il capogruppo del Pd Luigi Zanda affinche siano presi provvedimenti nei confronti della senatrice dei 5 Stelle Elena Fattori che nel suo intervento ha insultato platealmente il Pd («venduti per un piatto di lenticchie», «Verdini è il burattinaio di queste riforme uscite dalla valigia di Licio Gelli»).

Il Sole 24 Ore