Renzi scuote il Pd «Primo sì sul Senato entro il 10 giugno o si trovino un altro»

MATTEO RENZI 7

ROMA Gran confronto sulle riforme, in particolare quella del Senato, tra un Matteo Renzi estremamente deciso a venire a capo di una soluzione e il gruppo pd di palazzo Madama. Ne è venuto fuori un riavvicinamento delle posizioni, soprattutto con la pattuglia dem raccolta attorno a Vannino Chiti sostenitrice di una diversa versione della riforma della Camera alta fondata sull’elettività del nuovo Senato. E’ stato lo stesso Chiti a parlare di «seri passi in avanti» pur attendendo, prima di pronunciarsi definitivamente, di vedere il testo base della proposta. La cui presentazione in commissione Affari costituzionali slitta al 6 maggio, cosa che fa tuttavia ritenere alla ministra per le Riforme, Maria Elena Boschi, ancora possibile il voto in commissione prima del 25 maggio. Ma a piantare un paletto definitivo sulle date è lo stesso Renzi che, a Porta a Porta, annuncia il voto in prima lettura al Senato per il 10 giugno: «15 giorni in più rispetto alla scadenza elettorale europea, nessuno si scandalizza. Basta che lo slittamento non sia uno strumento per far finta di niente e rinviare. Io – dice il premier – sono qui per fare le cose, se vogliono qualcuno che nasconda le cose devono trovarsi un altro. Io non resto qui a tutti i costi». D’altra parte, afferma il presidente del Consiglio: «Ora siamo all’ultimo miglio, restano questioncine tecniche. Sul 98% delle modifiche costituzionali contenute nel ddl del governo su Senato e Titolo V c’è un accordo molto ampio».
URGENZA DEL FARE
Lo stesso avvertimento sull’urgenza del fare, come condizione che il premier pone per restare a palazzo Chigi, ha scosso l’assemblea dei senatori dem: «Fare veloci – ha affermato Renzi – è l’unico modo per dare un segnale di credibilità in Europa. Faremo tutti gli sforzi fino all’ultimo per trovare un punto comune, altrimenti sono pronto a fare un passo indietro. O così o vado a casa». Renzi, davanti ai suoi senatori illustra anche quelli che appaiono i termini della mediazione intercorsa sul testo del governo, ad opera soprattutto del ministro Boschi. Sì quindi a un Senato con un maggior numero di rappresentanti delle Regioni rispetto ai sindaci, che partivano in posizione di parità. Rappresentanza proporzionata al peso demografico delle varie Regioni. Probabile passo indietro rispetto ai 21 senatori scelti dal Quirinale. E – punto di mediazione più rilevante – lasciare a ogni singola Regione la scelta di legiferare sulle modalità di elezione dei propri senatori. Nessun compromesso invece sull’elezione popolare dei nuovi senatori e nessuna indennità da corrispondere loro dall’amministrazione di palazzo Madama.
Rivendicata la «continuità» delle sue riforme con quelle proposte dall’Ulivo e da Bersani in campagna elettorale, Renzi respinge l’accusa di «autoritarismo, che qualcuno – dice – rivolge a chi non la pensa come lui». E a chi, in tv, gli chiede se un eventuale fallimento delle riforme porterebbe allo scioglimento delle Camere, il premier – premessa l’esclusiva competenza del capo dello Stato su decisioni di questo tipo – assicura comunque che «le riforme non saltano». Certezza che Renzi sembra far discendere da un’altra convinzione che va al di là della tenuta della maggioranza di governo, e cioè che «Berlusconi ha tutto l’interesse a stare nel pacchetto delle riforme». Riforme che, aggiunge, «dal punto di vista formale potremmo fare anche senza FI, ma sarebbe politicamente una sconfitta». Per il premier, infatti, «tenere dentro FI è doveroso, per dire agli italiani che non vogliamo scrivere le regole da soli».
L’apertura a FI sulle riforme, non impedisce però a Renzi di dare un giudizio assai duro sulle ultime uscite di Berlusconi sui lager: «Inaccettabili, come le parole di Grillo sulla Shoah». La loro campagna elettorale è fatta di «fuochi d’artificio tutti i giorni. Noi – dice il premier – paghiamo il biglietto e assistiamo». E se Grillo «ha a cuore solo il suo spettacolo e non l’Italia», da Renzi, interpellato sulla da tempo invocata riforma della giustizia, viene un affondo anche contro l’ex Cavaliere: «Finché – osserva – ci sarà chi dice che la magistratura è un cancro, non ci potrà essere nessun intervento sulla giustizia».

IL MESSAGGERO