L’America volta le spalle a Obama ora il Congresso è dei repubblicani

OBAMA 5

Sconfitto, ma «ottimista». Barack Obama è comparso ieri pomeriggio davanti alla stampa, per discutere il pessimo risultato che il suo partito aveva registrato nelle elezioni di martedì. Il presidente ha rifiutato di rinnegare le sue convinzioni, «quelle non cambieranno» ha dichiarato, ma ha insistito che ci sono alcuni temi su cui «è possibile che noi e i repubblicani siamo d’accordo al 70, 80, magari al 90 per cento». Ha anche elencato i settori su cui pensa che la collaborazione possa avvenire, come il commercio, l’aiuto ai giovani, il rilancio delle infrastrutture. Riconoscendo che «gli elettori hanno mandato un messaggio chiaro», che intende ascoltare, ha però sottolineato che in quel messaggio c’era malumore «verso Washington», cioè contro tutti nel mondo politico, e ha anche aggiunto che un 2/3 degli aventi diritto non hanno votato: «Ho sentito anche voi» ha aggiunto.
Le elezioni di martedì hanno penalizzato fortemente i democratici. Il partito del presidente ha perso sette seggi senatoriali, dando così ai rivali una maggioranza di 52 seggi su 100. Alla Camera i repubblicani hanno riconfermato e allargato la maggioranza che già avevano, arrivando a 244 seggi su un totale di 435. Nella gara per il Senato ci sono state varie sorprese, come le inattese sconfitte democratiche nell’Iowa e nel Colorado, due Stati che Obama aveva vinto sia nel 2008 che nel 2012, e nella Carolina del nord e nella Georgia, dove i neri non sono accorsi alle urne come avevano fatto alle presidenziali. Pesante per i democratici anche la sconfitta in alcuni governatorati: passano ai repubblicani di forte tradizione liberal, come il Maryland e il Massachusetts. Altra amarezza per Barack Obama è il fatto che il suo Stato, l’Illinois, abbia scelto il repubblicano Bruce Rauner, che ha spazzato via il democratico Pat Quinn.
IL VERTICE DI VENERDÌ
«È giunto il momento di imboccare una nuova strada» ha dichiarato il senatore del Kentucky Mitch McConnell, che diventerà presumibilmente il capo del Senato il prossimo 3 gennaio, quando il nuovo Congresso inaugurerà i lavori. McConnell ha confermato che venerdì ci sarà alla Casa Bianca un incontro ufficiale per esplorare le strade di una nuova collaborazione. Ma ha anche fatto capire di sentirsi vittorioso e di non aver molta voglia di cercare compromessi con Obama. Anzi ha accusato il presidente di aver talvolta «agito da solo», dimenticando di aggiungere che in quei casi il Congresso aveva a sua volta rifiutato di agire, creando uno stallo legislativo.
DALLA PRIMAVERA A OGGI
Il cattivo risultato delle elezioni è maturato negli ultimi mesi: la scorsa primavera il partito democratico era certo di conservare la maggioranza al Senato. Da allora, però, sono successi fatti che i repubblicani hanno saputo sfruttare per causare grossi spostamenti elettorali: la crisi di Isis è forse la più grave. L’aver visto americani decapitati dagli estremisti islamici in Siria ha creato un’ondata di insicurezza, poi raddoppiata dai casi di Ebola arrivati sin sulle sponde americane. Non è un caso che agli exit polls una maggioranza degli elettori si sia detto preoccupato per il presente e il futuro. L’economia, che fino a pochi mesi prima dominava, è scesa invece di importanza, proprio quando invece stava andando meglio. Un Obama amaro, ieri ha ricordato: «La disoccupazione cala, l’industria manufatturiera migliora, il deficit federale è sceso, la nostra economia è fra le migliori del mondo». Tutto ciò è statisticamente vero, eppure gli americani non sembrano accorgersene, e i democratici non hanno saputo controbattere alle accuse dei repubblicani rendendo vibranti e convincenti questi dati.

Il Messaggero