La mossa di Renzi: Mattarella al Colle con i voti di sinistra

MATTEO RENZI 7

ROMA Dopo l’annunciatissima fumata nera della prima votazione la questione che tiene banco nella bolgia di Montecitorio non riguarda le chanches di Sergio Mattarella di salire al Colle, ma la tenuta del Patto del Nazareno: l’accordo fra Renzi e Berlusconi finisce qui? Domanda inevitabile a conclusione di una giornata turbolenta iniziata con l’affondo del premier sul suo candidato, la reazione irata di Berlusconi e dei forzisti, e l’inutile voto serale: molte schede bianche, i 120 voti dei grillini per Imposimato (scelto dal web) e altri nomi di bandiera utili ai partiti minori per contarsi.
Dunque, il Pd ha deciso di forzare la mano alle trattative e puntare deciso su Sergio Mattarella. Era nell’aria da mercoledì. La conferma ufficiale arriva prima dell’ora di pranzo in un centro congressi dalle parti di via Margutta dove Renzi ha convocato i suoi grandi elettori: «Punteremo su Sergio Mattarella. Lo voteremo alla quarta, alla quinta, e pure alla sesta votazione se sarà necessario». L’assemblea dà il suo consenso, senza eccezioni: i renziani perché convinti che l’operazione possa diventare un grande successo del premier, la minoranza perché vede indebolirsi l’asse fra Matteo e il Cavaliere.
NESSUN’ALTERNATIVA
Però attenzione: «Se falliamo con Sergio, non ci sarà un altro candidato del Pd». Messaggio chiaro: nessuno si azzardi a organizzare giochini e intemerate, i franchi tiratori stiano alla larga. Il ricordo della debacle del 2013 sul nome di Prodi è ancora una ferita che fa male: «Il momento è storico, non possiamo sbagliare. Non sarebbe soltanto un normale insuccesso parlamentare». Anche questa volta l’assemblea applaude unanime, e c’è chi fa gli scongiuri. Anche due anni fa era accaduto lo stesso.
Comunque, i democrat ci credono. Ed escono sorridenti incamminandosi verso Montecitorio con l’ilarità di una scolaresca in gita. Renziani a braccetto con bersaniani, Fassina che per una volta dimentica la sua solita aria torva, Cuperlo che si prodiga in elogi al premier: «Ha scelto di privilegiare l’unità del partito». Bersani pare addirittura gongolante: «Ce la faremo». E perfino Rosy Bindi è tentata dal dare una carezza a Matteo, ma si ferma un attimo prima: «E’ stato bravo? Beh, diciamo che siamo stati bravi tutti».
Atmosfera completamente diversa dalle parti di Palazzo Grazioli dove Berlusconi è in riunione permanente con i suoi. In Forza Italia c’è chi parla di tradimento. Il Cavaliere è frastornato: «Vado a farmi una passeggiata, devo pensare». Sorridono, amaramente, solo i forzisti che l’avevano messo in guardia sui rischi del Patto del Nazareno.
L’ORA SOLENNE
Intanto però è arrivata l’ora solenne. Alle 15 i campanelli di Montecitorio chiamano i grandi elettori in aula per la votazione, e poco importa che sia destinata a un nulla di fatto. In aula sembra un po’ una festa. Tra grandi elettori che fanno capannello per farsi i selfie accanto a qualche vip (Napolitano va per la maggiore) e i cartelli di protesta dei leghisti (in verità, la prima pagina del Manifesto che titola ”Non moriremo democristiani”). I primi a votare sono i senatori a vita. Napolitano attraversa il Transatlantico fra due ali di folla e dispensa encomi a quello che sembra il suo successore designato: «Mattarella è una persona di assoluta lealtà, correttezza e coerenza democratica». Appena l’ex presidente se ne va, i conciliaboli tornano a interrogarsi sulla domanda del momento: che farà Forza Italia?
Di berluscones in giro non se ne vedono. Il Cavaliere dopo un incontro con Alfano lontano da occhi indiscreti ha convocato i suoi grandi elettori ai piani alti di Montecitorio. E malgrado i suoi personali tentennamenti, dà retta a chi suggerisce di fare la voce grossa: «Il Patto del Nazareno è stato rotto, voteremo scheda bianca anche dopo la terza votazione». Pure gli alfaniani si sono riuniti e decidono di non piegarsi al premier: «Però l’alleanza di governo non è in discussione».
TRAPPOLE
Quella di Forza Italia e dell’Ndc più che una strategia è una speranza: che, cioé, nel Pd venga a galla un numero sufficiente di franchi tiratori capace di impedire alla quarta votazione l’elezione di Mattarella: «In quel caso i giochi si riaprono, e Renzi sarebbe fregato». Ipotesi davanti alla quale, ovviamente, quelli del Pd fanno spallucce. Tutti escludono trappoloni, da Chiamparino a Cuperlo a Pippo Civati: «Non è interesse di nessuno fare tranelli. Io alla quarta voterò Mattarella. Anche se mi sembra eccessivo dire che così muore il patto del Nazareno. Diverso sarebbe stato se il candidato fosse stato Prodi».
Intanto è scesa la sera, e Laura Boldrini inizia lo scrutinio e legge le schede. Fra i primi voti c’è ne uno per Arnaldo Forlani, ed è un nome che rievoca l’era cupe delle intemerate. Quattordici schede sono per Gabriele Albertini. Nove per un certo Mauro Morelli (inconsapevole consigliere comunale di Sel a Napoli, si scoprirà poi): una vecchia tattica dei gruppi minori per contarsi e dimostrare che ci sono, in caso di trattative future.

IL MESSAGGERO