“Italicum bocciato alla Consulta? Potrebbe essere un aiuto”

Italy's Minister for Constitutional Reforms and Parliamentary Relations Maria Elena Boschi attends a confidence vote at the lower house of the parliament in Rome February 25, 2014. Prime Minister Matteo Renzi won his first confidence vote in parliament, pledging to cut labour taxes, free up funds for investment in schools and pass wide institutional reforms to tackle Italy's economic malaise. Facing parliament for the first time, the 39-year-old Renzi who is Italy's youngest premier, sketched out an ambitious programme of change in an hour-long speech delivered in his trademark quickfire style interspersed with occasional jeers from the opposition benches.   REUTERS/Giampiero Sposito  (ITALY - Tags: POLITICS BUSINESS)

Se la Corte costituzionale dovesse bocciare l’Italicum, per il governo sarebbe un guaio? Gli scenari che si aprirebbero dopo il pronunciamento della Consulta, atteso per il 4 ottobre, sono ormai allo studio di Palazzo Chigi e della segreteria del Pd. E la possibilità, rivelata oggi da Repubblica, che la Suprema corte cassi alcuni aspetti della nuova legge elettorale non viene affatto scartata.

Certo, ragiona un membro della leadership renziana in Parlamento, “essere sanzionati sull’Italicum non sarebbe esattamente positivo per il premier”. Eppure non tutti nell’ala renziana del partito vivrebbero negativamente l’eventuale condanna. Come testimoniano le parole del sindaco di Firenze, Dario Nardella: “E’ positivo che Renzi abbia aperto a una discussione sulla legge elettorale superando alcuni aspetti che possono essere oggetto di censura da parte della Corte come selezione dei candidati, liste bloccate, candidature plurime e meccanismo del ballottaggio”.

Sono infatti tre i profili dell’Italicum a rischio bocciatura: il premio di maggioranza, il divieto di apparentamento tra partiti al ballottaggio e le candidature plurime.

Posto che un intervento sul terzo aspetto sarebbe politicamente e tecnicamente poco problematico, i primi due punti invece rischierebbero di stravolgere la nuova legge elettorale prima ancora di un suo effettivo test alle urne. “Ma il governo e il partito non temono questo scenario”, spiegano a patto di non essere citati diversi esperti dem di fede renziana. Anzi, aggiungono, “potrebbe essere un aiuto”. Anche se nulla viene dato per scontato. Per questo si analizzano entrambi gli scenari.

Primo, la Consulta promuove l’Italicum. “In questo modo chiuderebbe la bocca a chi ci accusa di avere scritto una legge incostituzionale”. Ma il rischio che l’attuale versione dell’Italicum favorisca i grillini in caso di ballottaggio con il Pd? “Non siamo così convinti – spiega un parlamentare vicino a Renzi – che tatticamente la legge li favorirebbe, dopo le figuracce che stanno mietendo a Roma non crediamo che gli elettori gli affiderebbero il Paese”.

C’è poi il secondo scenario, quello di una parziale bocciatura dell’Italicum. In questo caso il governo potrebbe fare di necessità virtù e riscrivere una legge che, al netto del caos cinquestelle nella capitale, potrebbe dare maggiori garanzie elettorali permettendo a Renzi di sfuggire all’accusa di volersi riscrivere una legge à la carte. Ragion per cui i vertici del governo e del Partito democratico ragionano su possibili soluzioni tecniche per ottemperare agli eventuali rilievi della Consulta. Dal punto di vista politico l’occasione potrebbe essere sfruttata anche per scrivere una legge “a prova di urne” e per ricompattare il Pd, anche se su questo secondo aspetto in pochi tra i renziani ci scommettono visto che il commento più diffuso è “i no della minoranza sono solo strumentali per andare contro Renzi, qualsiasi modifica facessimo loro continuerebbero ad attaccare”.

Ad ogni modo la nuova legge elettorale potrebbe introdurre i collegi uninominali in modo da superare l’eventuale rilievo sul premio di maggioranza (troppo robusto) da parte della Corte. Soluzione da sempre gradita al premier, tanto che i suoi esperti si sbilanciano a dire “noi ci staremmo, ma gli altri? Chi ci verrebbe dietro?”. Non certo il centrodestra, così come i piccoli partiti che temono i collegi perché rischierebbero l’estinzione. Ad ogni modo, l’uninominale non escluderebbe la sopravvivenza del ballottaggio, che dovrebbe restare (per Renzi la governabilità rappresenta il punto cardine del sistema) tuttavia introducendo le alleanze al secondo turno.

In questo modo sarebbe più facile vincere e si allargherebbe la platea dei consensi ricevuti dal vincitore al primo turno (il punto critico è che ci prende ad esempio il 30% alla prima tornata poi vincendo allo spareggio avrebbe una maggioranza schiacciante che non rispecchia il reale sostegno nel Paese). Ipotesi graditissima ad esempio ad Angelino Alfano, con il quale Renzi avrebbe già stretto un patto in tal senso.

Ma con che tempi nascerebbe la nuova legge elettorale? In caso di bocciatura della Consulta, l’ala renziana del Pd potrebbe avanzare una propria proposta oppure pescare tra una di quelle già depositate in Parlamento. Tuttavia sarebbe difficile modificare l’Italicum prima del referendum costituzionale che si terrà tra fine novembre e inizio dicembre.

Il periodo tra Consulta e consultazione popolare sarebbe appena sufficiente – anche lavorando a tempo di record ignorando gli altri provvedimenti che occuperanno le Camere, come la Legge di Bilancio – a far passare il nuovo testo in un solo ramo del Parlamento. Certo, sarebbe già un segnale chiaro della direzione presa dalla maggioranza, ma politicamente appare difficile farcela in meno di due mesi. E poi i più cauti ricordano che sarebbe rischioso prendere una direzione prima di sapere se il referendum sarà promosso o bocciato dagli elettori: in caso di vittoria dei no, infatti, con la sopravvivenza del Senato bisognerebbe riniziare da zero.

Ecco perché appare più probabile che prima di dicembre parta giusto una riflessione sulla nuova legge elettorale, con convocazione dei capigruppo e discussioni in commissione. Dopo il voto sulla riforma Boschi, il lavoro entrerebbe nel vivo per chiudere entro le elezioni, al momento fissate per il 2018.

La Repubblica