Iraq, raid degli Stati Uniti per proteggere la diga di Mosul

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Si intensificano i raid americani di droni e cacciabombardieri contro i jihadisti dell’Isis in Iraq. Quarantaquattro miliziani dell’Isis sono rimasti feriti oggi nei pressi della diga di Mosul. Lo riferisce l’agenzia irachena Nina, citando fonti locali. Gli attacchi Usa sono compiuti a sostegno delle forze curde dei Peshmerga che da ieri hanno lanciato una controffensiva per cercare di riconquistare la diga. Anche ieri sera c’erano stati degli attacchi nella zona della diga di Mosul, in appoggio ai peshmerga curdi, che sono così riusciti a riprendere il lato est dello sbarramento. Hanno distrutto o danneggiato quattro vettori blindati, sette veicoli armati, due Humvees e un veicolo blindato. I raid sono stati condotti vicino a Irbil, non lontano dalla diga, caduta in mano ai jihadisti dello Stato islamico e che le forze curde stanno cercando di riprendere con l’aiuto degli Usa. Il Pentagono ha ribadito che i raid mirano a sostenere gli sforzi per gli aiuti umanitari e a proteggere il personale Usa gli attacchi condotti anche con i droni

L’Unione europea in campo

Ieri mattina, intanto, è arrivato a Erbil, nel Kurdistan iracheno, il primo dei sei aerei con aiuti umanitari inviati dall’Italia. Le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato sono convocate per il 18 per decidere sulle forniture di armi ai curdi dopo la scelta dell’Unione europea di dire sì all’invio di armamento. Insomma, di fronte all’emergenza irachena l’Unione batte un colpo, inviando un segno di solidarietà, e imprime un’accelerata ai processi nazionali. Come previsto dai trattati comunitari, la competenza sull’invio di armi appartiene agli Stati (infatti Parigi è già partita), ma nel fare le proprie scelte ora le capitali possono contare su una cornice europea.

Nuovo massacro di yazidi

Un nuovo crimine commesso dallo Stato islamico (i jihadisti dell’Isis) contro la minoranza Yazidi è stato denunciato in Iraq, dove almeno 81 uomini sono stati uccisi e 180 donne rapite vicino alla città di Sinjar, secondo fonti locali. E mentre l’aviazione americana intensifica i suoi raid sulle postazioni dei jihadisti dall’Italia arrivano i primi voli umanitari per i soccorsi ai profughi. Fonti informate nella provincia di Ninive hanno spiegato che il massacro è stato compiuto nel villaggio di Kojo, dove si è ripetuto uno scenario già conosciuto da quando, il 3 agosto scorso, l’Isis ha conquistato Sinjar e i territori circostanti, culla degli Yazidi. Le donne rapite, secondo i testimoni, sono state portate verso una località sconosciuta. Una sorte dunque simile a quella di altre centinaia di loro correligionarie sequestrate nei giorni precedenti, che si temano siano ridotte allo stato di schiave sessuali. Secondo fonti del governo di Baghdad, già prima del massacro di Kojo si era avuta notizia di almeno 500 Yazidi uccisi, mentre 300 donne erano state rapite.

L’Ong: Massacri dell’Isis anche in Siria

Non solo Iraq. In Siria i jihadisti dell’Isis hanno ucciso nelle ultime due settimane oltre 700 membri della tribù Chaitat, che si ribellano alla loro autorità nell’est del Paese. Lo rende noto l’Osservatorio siriano dei diritti umani (Ondus). Tra le vittime, si precisa, cento sono combattenti e il resto civili, uccisi nella provincia di Deir Ezzor. Secondo l’Osdh, «oltre 700 membri della tribù degli Chaitat sono stati uccisi nei villaggi Ghranji, Abou Hamam e Kashkiyè». Secondo il capo della ong Rami Abdel Rahmane «le sorti di circa 1800 membri di questa tribù sono al momento ignote». Gli Chaitat si battono da fine luglio contro l’Isis in questi tre villaggi dopo l’arresto di tre uomini della tribù in violazione di un accordo tra Chaitat e jihadisti, che prevedeva una non belligeranza della tribù se l’Isis non avesse aggredito membri della comunità. All’inizio di agosto tre Chaillat erano stati decapitati.

Bufera su Di Basttista (M5S)

Critiche da destra e sinistra contro il deputato 5 Stelle Di Battista che sul blog di Grillo aveva detto «il terrorismo è la sola arma rimasta a chi si ribella».Nel post, il deputato è chiaro: «Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana»; ed ancora, «Nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. È triste ma è una realtà». Poi, la trattativa: «Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione».

La Stampa