Il governo pone la fiducia sul dl lavoro Ncd non molla: modifiche in Senato

Angelino_Alfano

Se fosse per l’Ncd nel prossimo passaggio al Senato si dovrebbe tornare pari pari al testo iniziale del decreto lavoro, cancellando tutte le modifiche apportate in commissione alla Camera. Difficile riuscirci, anche se a palazzo Madama, al contrario che alla Camera, i voti di Alfano sono determinanti per sostenere la maggioranza. Nell’attesa, visto che il muro contro muro continua, si abbozza: oggi pomeriggio alla Camera l’Ncd voterà «per senso di responsabilità» la fiducia al governo sul decreto Renzi-Poletti ma poi continuerà a dare battaglia. Lo stesso farà Scelta civica.

I punti di attrito  – La maggioranza fibrilla troppo? «Questioni di dettagli», messe sul tappeto «da chi è in campagna elettorale: a noi interessa governare e pensare agli italiani» taglia corto Matteo Renzi al Tg1, convinto che la questione si chiuderà presto. Di certo gli alleati «minori» non hanno apprezzato le correzioni imposte nei giorni scorsi dal Pd, o meglio «partito della Cgil». Ma bisogna anche considerare che ormai siamo in campagna elettorale. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ieri ha messo sul tavolo un’ultima proposta di mediazione nel tentativo estremo si superare i veti incrociati senza però approdare a nulla. Il ministro però non dispera: «Le distanze sono minime, l’accordo è a portata di mano: in Senato continueremo il confronto». L’importante è non perdere tempo «viste le aspettative che si sono create tra le imprese, anche a livello internazionale.

I punti critici – I punti ancora dolenti riguardano esattamente i due capisaldi del decreto, la modifiche delle norme sui contratti a termine e l’apprendistato, di fatto un antipasto di quella grande riforma annunciata dal governo col «Jobs act» che arriverà più avanti con la legge delega. Troppo rigide le norme introdotte nel 2012 dalla legge Fornero, che fissava in appena 12 mesi la durata massima dei contratti a termine stipulati senza una causale precisa, durata ora portata 36 mesi con un tetto massimo di 5 rinnovi (erano 8 nella versione originale della legge) e bilanciati da un tetto del 20% sull’organico aziendale (mentre la Fornero non fissava tetti e delegava tutto ai contratti). Per l’apprendistato, invece, si passa dall’obbligo di assumere almeno un 30% di apprendisti e di dettagliare nel contratto gli obblighi di formazione, ad un tetto del 20% ed una indicazione «semplificata» del piano formativo. Punto quest’ultimo che la prima versione della riforma Poletti aveva cancellato del tutto.

A conti fatti norme ancora troppo blande per la Cgil, che contesta l’uso del decreto e soprattutto il tetto troppo alto dei 36 mesi. L’esatto contrario di quello che chiede l’Ncd che critica l’inutile irrigidimento rispetto al testo iniziale, mentre per il presidente della Commissione lavoro della Camera Cesare Damiano (Pd) i mesi andrebbero ridotti a 24 e le proroghe portate da 5 a 4 come ha provato a rilanciare ieri durante il vertice di maggioranza.

La mediazione fallita – Ieri, sperando di evitare ulteriori modifiche nel passaggio al Senato, Poletti ha avanzato un’ultima proposta: trasformazione della penale per le aziende che superano il tetto del 20% dei contratti a tempo da obbligo di assunzione dei lavoratori in sanzione pecuniaria, e formazione lasciata alla scelta delle imprese, libere di decidere tra aziendale e pubblica. Tra Pd ed Ncd per tutto il giorno c’è stato un rimpallo di responsabilità. «A noi la mediazione andava bene, se è saltata è colpa del Pd» ha dichiarato Sacconi. «Falso», ha replicato Damiano. Mentre il capogruppo di Sc alla Camera, Andrea Romano ha incolpato sia Ncd, sia «la sinistra Pd». Al capogruppo di Forza Italia, Renato Brunetta, non sembra vero poter attaccare il governo: «Renzi non ha più la maggioranza. Chi può gli stacchi la spina».

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