Guerra all’Isis Obama attacca: «Li colpiremo anche in Siria»

OBAMA ISIS

A tre giorni dall’apertura dell’Assemblea Generale dell’Onu, il presidente Barack Obama rinnova la promessa di utilizzare la massima assise mondiale per «continuare a unire il mondo contro la minaccia dei jihadisti dello Stato Islamico». Ma allo stesso tempo avverte: «Non esitermo a colpire l’Isis anche in Siria».
La grande offensiva diplomatica che la Casa Bianca ha lanciato proprio sperando che in questi giorni in cui tutto il mondo si riunisce a New York sarà più facile «arruolare» nuovi aiuti, ha però già fatto proseliti importanti. Venerdì pomeriggio, durante la riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza presieduto dal segretario di Stato John Kerry, 49 Paesi hanno offerto solidarietà con la missione contro i terroristi di Isis. Fra questi anche l’Italia, rappresentata dal ministro Mogherini che ha sottolineato come la coalizione che sta prendendo forma «non è una coalizione dell’Ovest contro l’Islam, ma una partnership globale di supporto all’Iraq contro il terrorismo».
E le sue parole sono state echeggiate da vari esponenti di Paesi arabi, e hanno avuto una conferma quando ieri – poco dopo le parole di Obama alla radio – dal Cairo il presidente egiziano al-Sisi ha annunciato che il suo Paese è pronto a «fornire ogni supporto necessario nella lotta contro Isis». Dunque, la coalizione si allarga. Gli occhi di molti sono ora puntati su un’altra «potenza» della regione, la Turchia, che finora ha evitato di pronunciarsi sulla missione.
IL RAPIMENTO

Ma proprio ieri sono avvenuti due fatti di enorme importanza. Prima di tutto i 49 diplomatici turchi che Isis aveva preso ostaggio lo scorso giugno quando aveva invaso la città di Mosul in Iraq, sono stati liberati e accolti alla frontiera dal primo ministro Ahment Davutoglu. E poi il governo di Ankara ha dato ordine di aprire le frontiere davanti all’arrivo di quasi 60 mila profughi disperati siriani. Le masse erano fuggite davanti all’avanzata di iss nella regione siriana-curda a nord. Ieri non era però chiaro se questi due sviluppi fossero collegati. Non era neanche chiaro come i 49 fossero stati liberati: le autorità turche negano che sia stato pagato un riscatto e fanno capire che sia stata opera degli 007 dell’Ankara. Quel che è certo è che la ritrosia turca nell’aiutare la missione militare contro Isis sta irritando molti, perché la Turchia è nella Nato e dovrebbe – questa almeno è l’opinione più diffusa – come minimo mettere a disposizione la base aerea di Incirlik.
IL RETROSCENA

Analisti vicini all’Amministrazione Obama preannunciano che la missione non sarà comunque «una corsa a perdifiato», ma uno sforzo accuratamente preparato, e molto mirato. E’ vero che negli Usa, fra le pieghe del sostegno super-partes all’iniziativa di Obama, prende forza la protesta di chi crede che il presidente abbia escluso troppo presto e troppo categoricamente l’ipotesi di «mettere soldati al fronte». Alcuni generali hanno anche protestato, sentendosi “incatenati” dal volere del presidente. Obama ha continuato a ribadire che non manderà truppe, e tuttavia il numero dei soldati spediti in Iraq è già arrivato a quota 1600: certo siamo lontanissimi dalle decine di migliaia che vi hanno combattuto durante e dopo l’invasione del 2003 o che hanno combattuto in Afghanistan nel 2001, e si tratta comunque di “squadre speciali”, incaricate di addestrare i soldati iracheni e i combattenti siriani, e di fornire intelligence ai bombardieri americani, ma la promessa comincia ad apparire infondata, tant’è che alcuni esponenti liberal del partito democratico si sono allontanati dal presidente.

Il Messaggero