Eroi, non per caso

Roberto Mancini

A Roma nel quartiere Tiburtino c’è una via intitolata alla famiglia di giornalisti dei Crispolti e il caso ha voluto che al civico 112 abbiano vissuto due uomini di cui le cronache giornalistiche hanno dato ampio risalto in tempi diversi.

Si tratta di due persone che possiamo definire eroi, senza timore di eccedere, che hanno dedicato alla ricerca della verità e alla denuncia la loro vita, ricevendone in cambio poco o nulla come spesso accade a uomini animati dal puro senso della giustizia.

Avendo abitato anch’io in quello stabile e avendoli conosciuti entrambi vorrei testimoniare il mio ricordo.

Antonio Russo era un giornalista free lance, che lavorò a lungo come inviato di guerra in alcuni dei più sanguinosi conflitti dei nostri tempi: la cecenia, l’ex jugoslavia, la colombia e le cosiddette “guerre dimenticate” del continente africano. Lo distingueva dagli altri colleghi un’attitudine profondamente umana ad entrare in contatto con le popolazioni vittime di quei drammi con uno spirito che travalicava ampiamente la curiosità professionale, perché animato da una capacità empatica che lo faceva percepire come un amico. Questa qualità lo aiutò a sopravivvere in contesti particolarmente pericolosi e in particolare durante la crisi del Kosovo quando rimase l’unico giornalista occidentale a Pristina, dove fu in grado con le sue corrispondenze di smontare da solo la macchina propagandista serba.

Ricordo che nell’estate del 2000 lo incontrai all’ingresso della palazzo dove abitavamo e mi venne spontaneo la prima volta che lo rividi da quando era tornato dal Kosovo di dirgli: “Antonio siamo stati molto in pensiero per te quando eri a Pristina, spero starai attento per il futuro”, ma lui allargando le braccia e con tono quasi rassegnato mi rispose: “E’ il mio mestiere non ne posso fare a meno ed ha i suoi rischi, tra poco non appena avrò i visti partirò per la Cecenia” la faccia che feci dovette mostrare tutto il mio sgomento, da quella terra non si faceva che sentire di notizie terribili a causa di quella guerra spaventosa e non potei fare a meno di dire “ma sei proprio matto li è peggio che in Kosovo!” allora Antonio aggiunse: “E ma lì ho molti amici mi aiuteranno”. Due mesi dopo appresi dai telegiornali che il suo corpo era stato ritrovato senza vita, in Georgia, dove aveva fissato la sua base per documentare le atrocità commesse a danno dei civili ma tutto ciò che aveva

raccolto era stato fatto sparire. Un prestigioso premio di giornalismo gli fu attribuito postumo ed un altro intitolato alla sua memoria è stato creato.

Antonio Russo abitava al piano terra della nostra palazzina e al piano superiore, a pochi metri dal suo appartamento venne poco tempo dopo ad abitare un poliziotto che lavorava presso il Ministrero degli Interni, si chiamava Roberto Mancini e proveniva dalla Regione Campania dove aveva indagato sui traffici che oggi si usa definire delle ecomafie, tutto quel giro multi milionario che ha per oggetto lo smaltimento illegale di rifiuti altamente nocivi che vengono seppelliti sotto pochi metri di terra, sversato senza alcuna cautela e nel più totale spregio di chi su quelle terre ci vive, le coltiva ne beve l’acqua inquinata nelle sue falde acquifere.

E’ notizia di questi giorni che questo poliziotto in tempi ormai lontani aveva inoltrato per primo agli organi competenti i risultati dell’indagine che anticipava di anni quello che fu poi scoperto a proposito dell’interramento di immense quantità di rifiuti altamente pericolosi nell’ormai tristemente nota ‘terra dei fuochi’ in Campania. Di lì a poco era stato trasferito a Roma forse anche per tutelarne l’incolumità, ma il suo lavoro, da quel che poi si è saputo non fu preso immediatamente nella dovuta considerazione.

Mancini è morto la scorsa settimana di una malattia che secondo gli esperti quasi sicuramente ha contratto, frequentando lungamente i luoghi oggetto delle sue indagini.

Il caso ha voluto che questi due uomini vissuti nello stesso caseggiato abbiano condiviso un destino fatale, accomunati dalle stesse profonde motivazioni di ricerca e diffusione della verità, anche di fronte questioni e forze che appaiono alla gran parte di noi come impossibili da fronteggiare. Ma in fondo è proprio questa diversità di atteggiamenti e delle azioni che ne conseguano che fanno di uomini comuni degli eroi.

Coletti Alberto