Ebola, ore d’ansia per un ortopedico portato a Roma dalla Sierra Leone

Ebola

Il 28 settembre un pediatra ugandese di Emergency, che lavora in un ospedale in Sierra Leone, si ammala e risulta positivo all’Ebola. Dopo pochi giorni viene trasferito in Germania, per essere curato. Una settimana prima dall’inizio dei sintomi aveva partecipato a una festa insieme ad altri operatori. Tra loro c’era anche un ortopedico marchigiano: ricoverato da cinque giorni allo Spallanzani. E’ sotto osservazione, isolato. Per fortuna dai primi test risulta negativo all’Ebola, ma bisognerà aspettare ancora una settimana per escludere il contagio. Va anche detto che l’uomo non ha sintomi, non ha la febbre, e questo fa pensare che si tratti dell’ennesimo falso allarme. La linea dell’Italia, ma anche della Regione Lazio, è comunque quella della massima prudenza: meglio eccedere con le precauzioni, che rischiare il contagio. Altro esempio: si è rivelato un falso allarme anche il caso dell’uomo nigeriano, tornato dall’Africa con la febbre. I medici dell’Ospedale San Giovanni, l’altro giorno, l’hanno subito inviato allo Spallanzani. Qui è stato constatato che non ha l’Ebola, ma la malaria. Ieri, ha spiegato il direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani, punto di riferimento nazionale ed europeo per l’Ebola, Giuseppe Ippolito: «Riceviamo in media dieci telefonate al giorno, da varie strutture ospedaliere, che ci chiedono aiuto. In alcuni casi i pazienti vengono portati allo Spallanzani».
IL VERTICE NEL LAZIO
Proprio questa mattina, negli uffici della Regione, si svolgerà un vertice tra tutti i medici dei pronto soccorso di Roma e del resto del Lazio, a cui parteciperanno anche gli esperti dello Spallanzani: saranno ribadite le linee guida e le procedure da seguire di fronte a casi sospetti di Ebola. Sospetti come appariva in un primo momento la storia dell’ortopedico marchigiano, tornato da una missione in un ospedale di Emergency, a Freetown, in Sierra Leone, una delle zone colpite dal contagio dell’Ebola. L’uomo, 53 anni, dal 3 ottobre è isolato allo Spallanzani, ma tanto dalla Regione, quanto dal ministero della Salute è stato confermato che i test sono negativi. Cosa è successo? Bisogna tornare nell’ospedale nel centro medico di Lakka, in Sierra Leone, dove già 2.070 pazienti hanno contratto l’Ebola (500 sono i casi accertati solo nelle ultime 3 settimane e ogni giorno si ammalano più di 20 persone). Qui è stato contagiato anche un pediatra di Emergency, ugandese, che poi è stato trasportato in Germania. Ma prima del manifestarsi dei sintomi, il 26 settembre, a Freetown, ha partecipato a un brindisi di addio con altri operatori di Emergency. Tra i colleghi c’era anche il medico marchigiano che il 3 ottobre è tornato in Italia ed è sbarcato all’aeroporto di Fiumicino. Non ha alcun sintomo (febbre o diarrea), però per precauzione, prima di tornare dai suoi familiari in provincia di Macerata, ha contattato l’Istituto Spallanzani. Immediatamente – visto che aveva avuto contatti con un malato di Ebola (il collega ugandese) – è stato deciso di ricoverarlo e isolarlo. Il fatto che, a 14 giorni dal contatto con la persona infettata, non si siano manifestati i sintomi e che il test sia risultato negativo, è un segnale assai incoraggiante.
LE MISSIONI
Intanto va precisato che il medico marchigiano sbarcato a Fiumicino non poteva essere in alcun modo contagioso, proprio perché il virus può essere trasmesso solo quando ci sono i sintomi della malattia. In queste ore, sempre allo Spallanzani, è sotto osservazione anche un cittadino libico. Zsuzsanna Jakab, direttore regionale per l’Europa dell’Organizzazione mondiale della sanità, ha detto: «Gli operatori sanitari sono in prima linea nella lotta al virus Ebola e sono quelli a maggior rischio di contagio. I Paesi applichino alla lettera i protocolli e le misure di sicurezza previste». Nella seduta di oggi, alle 13, il governo farà un’informativa in Senato sulle misure di prevenzione per il virus. Restano i timori di una città come Roma, con due grandi aeroporti internazionali. Nei pronto soccorso, quando si presentano casi a rischio, già si seguono alcune precauzioni: il paziente viene interrogato a un metro di distanza, gli si fa indossare la mascherina e, proprio come avvenuto al San Giovanni, se ci sono preoccupazioni, lo si manda allo Spallanzani.

Il Messaggero