Dell’Utri in cella oggi la convalida Il suo avvocato: «Non è fuggito»

Marcello Dell'Utri

Marcello Dell’Utri ha passato la notte agli arresti nel quartier generale della polizia libanese a Beirut Est, un parallelepipedo in cemento armato avvolto nel filo spinato.
Stamattina si presenterà a un giudice per l’udienza che dovrà convalidare l’arresto. Ma la scadenza decisiva, quella da cui dipende tutto, è domani a Roma. Se sarà assolto, decadrà anche l’arresto in Libano. La Cassazione dirà l’ultima parola sulla condanna in appello per concorso esterno in associazione mafiosa a 7 anni di reclusione e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
LA DIFESA
A Beirut, l’ex parlamentare e fondatore di Forza Italia sarà assistito da un avvocato libanese, mentre il legale italiano, Giuseppe Di Peri, è concentrato sulla Cassazione e gli ha potuto parlare al telefono su autorizzazione della polizia libanese. Per definire la strategia difensiva e i passi in vista della richiesta d’estradizione italiana. Il mandato d’arresto è cautelativo: pericolo di fuga. Potrebbe essere revocato.
Nel frattempo, Di Peri nega che il suo assistito sia scappato o abbia voluto scappare. Il che lascia aperte tutte le strade, anche quella di un rientro volontario in Italia. Ambiguo è pure il linguaggio usato al ministero della Giustizia: avviare le procedure per l’estradizione non significa chiederla, e anche se Dell’Utri fosse condannato in via definitiva avrebbe frecce giuridiche nel suo arco per opporsi.
Nella Convenzione tra Italia e Libano c’è infatti un articolo, il 16, che parla di estradizione per crimini o delitti puniti in entrambi i Paesi. Se i magistrati libanesi concludessero che un reato come quello contestato a Dell’Utri in Libano non esiste? Per inciso, non esisteva neppure in Italia nel 1975, quando entrò in vigore la convenzione.
I DOCUMENTI
Per il momento, la difesa dell’ex senatore Dell’Utri neanche ammette la fuga. Non vuole sentirne parlare. Spiega l’avvocato Di Peri: «È un’offesa all’intelligenza ed è contrario alla logica più elementare ritenere che Dell’Utri abbia deciso di sottrarsi alla giustizia italiana fuggendo in un paese straniero dove ha usato il proprio passaporto, la propria carta di credito e il proprio cellulare e dove si è registrato in albergo con il proprio nome».
Nel lussuoso “Intercontinental Phoenicia” risulta che fino a sabato 29 marzo tra i clienti c’era pure Marco, il figlio di Dell’Utri, che però prima di pranzo di quella giornata aveva fatto il check out. «Chi vuol fuggire – insiste Di Peri – non sceglie certo uno Stato che ha un trattato d’estradizione con l’Italia. Tutto ciò dimostra in modo inconfutabile che non s’è trattato affatto d’un pianificato tentativo di fuga».
Dell’Utri aveva il passaporto, poteva espatriare. Il mandato d’arresto lo ha raggiunto quand’era già a Beirut. «A curarmi», ha detto. «Non c’è stata alcuna irruzione», raccontano fonti anonime della polizia libanese. «Non si è trattato di un’operazione speciale. Ci siamo presentati al banco dell’albergo, chiedendo di salire in camera del ricercato italiano. Abbiamo bussato alla porta della camera, una delle stanze ordinarie dell’albergo, ci ha aperto e fatto entrare senza opporre resistenza, non si aspettava di essere fermato. Ci ha seguito al commissariato. Non era arrabbiato, né triste, era molto tranquillo». Era Marcello Dell’Utri, col suo fatalismo siciliano un po’ libresco.
Oggi l’udienza. I cellulari di chi gli sta più vicino danno segnale di libero o cade la linea. Chi risponde non parla. A vuoto la casa di Milano. Secondo fonti certe i familiari di Dell’Utri sono già a Beirut. Per non lasciarlo solo.

Il Messaggero