Cassazione conferma due anni di interdizione a Silvio Berlusconi: non potrà candidarsi

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Il processo Mediaset si chiude definitivamente dopo 13 anni. La Corte di Cassazione ha confermato definitivamente la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per due anni nei confronti di Silvio Berlusconi. L’ex premier era già stato condannato con sentenza irrevocabile per frode fiscale alla pena principale di 4 anni di reclusione (tre coperti da indulto). La pena ora è esecutiva: il leader di Forza Italia non si può candidare.

Dopo 5 ore di camera di consiglio, i giudici, presieduti da Claudia Squassonihanno ritenuto “irrilevanti” i motivi del ricorso presentato dal Cavaliere e hanno accolto le richieste del procuratore generale della Corte di cassazione, Aldo Policastro, che aveva chiesto la conferma dei due anni di interdizione dai pubblici uffici per Silvio Berlusconi, comminati lo scorso ottobre dalla Corte di Appello di Milano dopo il “ricalcolo” ordinato nell’agosto scorso dalla stessa Corte suprema. Quel verdetto aveva ridotto a 2 anni l’originaria interdizione dai pubblici uffici pari a 5 anni. La corte ha anche condannato Berlusconi a pagare le spese processuali.

Per il pg, la pena accessoria relativa alla condanna per frode fiscale inflitta al Cavaliere nell’ambito del processo Mediaset “corrisponde ai criteri costituzionali”. Per questo aveva chiesto alla terza sezione penale della Corte di cassazione di rigettare il ricorso presentato dai legali di Berlusconi che avevano chiesto l’annullamento della pena accessoria o, in subordine, il ricalcolo a un anno.

Secondo il pg, tra i motivi che rendevano inammissibile il ricorso e l’annullamento della pena “incide anche il fatto che l’estinzione del debito tributario non è ancora avvenuta, e non è stata chiesta neanche la remissione in termini”. Per il pg non sussisteva neanche “l’invocata terzietà e impossibilità di adempiere”, mentre sul fronte della determinazione della pena accessoria “la quantificazione della pena non è sindacabile in questa sede così come determinata in appello ovvero in base a circostanze oggettive accertate”.

Non aveva rilevanza, per il pg, neanche l’invocata prescrizione perché comunque “si deve tenere presente che la condotta è in ogni caso ascrivibile al ricorrente”. In conclusione, per il procuratore generale della corte di Cassazione, “la determinazione della pena in due anni di interdizione dai pubblici uffici corrisponde a criteri previsti dalla Costituzione” e dunque il ricorso di Berlusconi andava respinto.

La difesa di Berlusconi, rappresentata dagli avvocati Franco Coppi e Niccolò Ghedini, aveva chiesto invece alla corte di trasferire gli atti alla corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo oppure di inviare gli atti alla Corte Costituzionale o disporre un nuovo processo d’Appello. In particolare, i due legali avevano consegnato alla Suprema corte una nota di udienza citando il recente verdetto della Corte di Strasburgo che, lo scorso 4 marzo, ha sancito una violazione dei diritti di Luigi Gabetti e Franzo Grande Stevens nell’ambito del processo Ifil-Exor in quanto  giudicati e puniti due volte per lo stesso reato.

“Prendiamo atto – ha dichiarato Niccolò Ghedini dopo la lettura della sentenza – con grande amarezza della decisione della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione. Come abbiamo detto nel corso dell’udienza di oggi, avremmo ritenuto quantomeno necessario un approfondimento presso la Corte Europea di Strasburgo”.

Immediate le reazioni politiche. Per Renato Brunetta “ancora una volta la giustizia italiana va in direzione opposta rispetto a quella europea. Dieci giorni fa la Corte europea dei diritti dell’uomo condannava l’Italia perchè applicava due sanzioni per lo stesso fatto. Oggi la Corte di Cassazione, confermando la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per due anni nei confronti di Silvio Berlusconi nel processo Mediaset, raddoppia la pena per un fatto già sanzionato dalla legge Severino. La storia è piena di questi casi, ci sarà pure un giudice a Strasburgo”.

Fabrizio Cicchitto del Nuovo centrodestra ha sottolineato: “Esprimo la mia piena solidarietà a Berlusconi. Quanto deliberato dalla Cassazione è comunque conseguenza della precedente condanna e deriva da essa. Quanto alla richiesta di grazia essa, come alcuni di noi proposero, doveva essere richiesta dai familiari nell’agosto del 2013 ed essere seguita da una ben diversa linea politica. Adesso l’attuale richiesta è una del tutto legittima iniziativa politica propagandistica destinata ad avere conseguenze solo su quel piano”.

“Questa sentenza era già scritta”, dichiara in una nota Daniela Santanchè: “Mi stupisco dello stupore, perché sconfessarla avrebbe significato sconfessare vent’anni d’accanimento giudiziario nei confronti di Silvio Berlusconi: un’altra prova che in questo Paese c’è qualcuno che non vuole emerga la verità”.

Dario Stefàno, presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato, ha detto: “L’ineleggibilità derivante dalla interdizione dai pubblici uffici non sostituisce l’incandidabilità, ma si aggiunge ad essa”. La sentenza “significa che nei prossimi due anni egli non godrà del diritto di elettorato attivo e passivo”. E per quanto “è previsto dalle norme di legge vigenti, il quadro attuale prevede un duplice impedimento: la ineleggibilità per interdizione dai pubblici uffici e la incandidabilità per 6 anni a seguito di condanna detentiva superiore ai due anni per reati gravi”

Giacomo Portas, leader dei Moderati eletto alla Camera nelle liste del Pd commenta: “Le sentenze non si discutono, ma è chiaro che avrei preferito battere Berlusconi alle elezioni”.

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