Camion bar, la Consulta contro la rivoluzione di Marino

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“Una concorrenza di competenze” tra Stato e Regioni che rischia di far saltare la rivoluzione dei camion bar di Roma. E’ quello che potrebbe accadere se il provvedimento del Sindaco Ignazio Marino, contestato dagli ambulanti, ricadesse in ciò che ha stabilito la Consulta che nella sentenza 140 depositata il 9 luglio scorso dopo il ricorso delle regioni Veneto e Campania, ha dichiarato “costituzionalmente illegittimi” gli articoli 2bis e 4bis del dl 91 del 2013 e l’articolo 4 comma 1 del dl 83 del 2014 nella parte in cui “non prevedono l’intesa a garanzia della leale collaborazione tra Stato e Regioni”, necessaria secondo i giudici costituzionali nel momento in cui si vuole allontanare dalle aree di pregio monumentale e archeologico, con lo scopo di tutelarle, attività di commercio ambulante”.

Il pronunciamento della Corte si basa sul fatto che viene “ravvisata una situazione di ‘concorrenza di competenze'” tra Stato e Regioni, “comprovata dalla constatazione che le norme censurate si prestano ad incidere contestualmente su una pluralità di materie, ponendosi all’incrocio di diverse competenze (‘tutela dei beni culturalì, ‘valorizzazione dei beni culturali’, ‘commercio’, ‘artigianato’) attribuite dalla costituzione o alla potestà legislativa esclusiva dello Stato, o a quella concorrente dello Stato e delle Regioni, o a quella residuale delle Regioni, senza che (in termini “qualitativi” o “quantitativi”) sia individuabile un ambito materiale che possa considerarsi prevalente sugli altri”.

“Come noi venerdì abbiamo rispettato l’ordinanza del comune di Roma che ci ha mandato via dalle nostre postazioni regolari, adesso devono rispettare anche loro le sentenze, perché la Consulta è uno degli organi più alti dello Stato”, sottolinea Alfiero Tredicine, presidente di Apre Confeserecenti e storico leader degli ambulanti romani. “Martedì prossimo – aggiunge Tredicine – andremo a manifestare in via Cavalletti, sotto la soprintendenza statale e mercoledì andremo direttamente sotto il Collegio romano, dal titolare dei Beni culturali, perché il ministero adesso non può fare finta di nulla”.

Fonte: La Repubblica