Camere, tagli con il trucco gli stipendi sforano il tetto

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A partire dal primo gennaio 2015 un migliaio di superstipendi dei dipendenti della Camera e del Senato – che in tutto sono 2.200 circa – inizieranno a diminuire. Se ne parlava da anni e finalmente ieri gli uffici di presidenza di Camera e Senato, rappresentati in particolare dai comitati presieduti da Marina Sereni (Montecitorio) e Valeria Fedeli (Palazzo Madama), hanno dato il via libera all’operazione.
Ma, come sempre in Italia quando si getta un sasso nelle paludi, è partito anche il diluvio delle polemiche. Se infatti il taglio degli stipendi di questa nicchia superprotetta della burocrazia è un fatto epocale, è altrettanto vero che i tagli saranno graduali e saranno completi solo nel 2018. Ma soprattutto il tetto dei 240 mila euro annui che dal primo aprile del 2014 è in vigore per tutti i dirigenti pubblici non verrà rispettato proprio dai massimi funzionari del Parlamento, ovvero dell’Istituzione che ha votato la legge che ha imposto il tetto ai loro colleghi.
LE CIFRE
Pochi numeri aiutano a capire. Alla Camera (vale la pena ripeterlo: solo alla Camera) ci sono circa 90 persone – quasi tutti consiglieri parlamentari – che guadagnano più del tetto di 240 mila euro. Nei due rami del Parlamento su poco più di 2.000 dipendenti si contano ben 600 stipendi oltre la soglia dei 200.000 euro. Probabilmente si tratta della concentrazione di superstipendi pubblici più imponente d’Europa. La riduzione di questa distorsione evidente (il Capo dello Stato guadagna 240.000 euro) accompagnata dalla sforbiciata anche agli stipendi dei centralinisti, degli archivisti e dei quadri (vedi tabella) comporterà risparmi notevoli: 97 milioni in quattro anni.
E tuttavia le regole varate ieri posticipano al primo gennaio 2018 il raggiungimento del tetto di 240.000 euro per chi oggi lo supera e, sopratutto, escludono dal tetto le indennità (ben 7.200 euro annui per i consiglieri parlamentari) e i contributi sociali versati dal dipendente. In parole povere, i 90 alti dirigenti della Camera che oggi superano i 240 mila euro subiranno tagli pesanti ma continueranno a guadagnare più di 240 mila euro anche dopo il 2018. Quindi continueranno a guadagnare più del Capo dello Stato, del Capo della Polizia o del Direttore delle Agenzie delle Entrate. In particolare per il segretario generale della Camera, che oggi viaggia sui 480.000 euro annui, si prevede una riduzione (indennità compresa) a circa 360.000 euro. Quanto alla gradualità dei tagli ecco alcuni esempi: un consigliere parlamentare che oggi sta a quota 318.000 euro (con 30 anni di servizio) l’anno prossimo scenderà a 301.000 + 7.200 di indennità. E un ragioniere che oggi – sempre dopo 30 anni – guadagna 212.000 euro scenderà a quota 202.000.
Chi vede il bicchiere mezzo pieno, tuttavia, ha le sue ragioni. Marina Sereni, che è vicepresidente della Camera e che in questi mesi si è battuta costantemente per portare al traguardo i tagli fronteggiando una incredibile pressione quotidiana da parte di molti dipendenti di Montecitorio, ieri lo ha detto esplicitamente in una conferenza stampa che ha tenuto con Valeria Fedeli. «Tutto è perfettibile – ha detto – Ma le cifre parlano da sole: si tratta di quasi 100 milioni di risparmi e per la prima volta interveniamo in un settore delicatissimo senza intenti punitivi perché il Parlamento deve continuare a funzionare».
IL FRENO
Libera traduzione: se avessimo affondato il bisturi ancora di più molti alti papaveri delle Camere se ne sarebbero andati immediatamente (perché la loro pensione è legata allo stipendio) con il risultato di bloccare le riforme oppure con quello ancora peggiore di far crollare la qualità delle leggi la cui scrittura – com’è noto – spesso viene ”perfezionata” dai funzionari.
Di diverso parere uno dei questori della Camera, Stefano D’Ambruoso, che ieri si è astenuto nel comitato di presidenza. «In Francia uno solo degli 800 dipendenti del Parlamento supera i 200.000 euro di stipendio – ha spiegato D’Ambruoso – Dunque l’intervento sui dipendenti parlamentari non è commisurato alle gravi misure prese dal governo verso gli altri italiani che non lavorano in Parlamento».
Contrari ai tagli anche i 21 sindacati dei dipendenti delle Camere. Si annunciano ricorsi a valanga. C’è chi parla di incostituzionalità. Chi a mezza bocca minaccia azioni clamorose a destra e a manca. Si vedrà. Ma una cosa è certa: da ieri, bene o male, i duemila dipendenti delle Camere sono finalmente scesi da Marte e sono più vicini alla realtà. Che si chiama Italia. Benvenuti.

Il Messaggero