Il titolone sugli “hacker” dei frigoriferi scopre gli altarini ▷ “Non abbiamo più niente di sicuro”

Nella notte tra il 1° e il 2 novembre i banchi frigo di decine di supermercati europei si sono messi a scaldare da soli. In Belgio, Svezia, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi e Portogallo qualcuno ha preso da remoto il controllo degli impianti di refrigerazione e li ha portati fino a 50 gradi, così le catene hanno dovuto buttare la merce. Il copione è lo stesso visto in Francia a metà ottobre, quando circa cinquecento punti vendita avevano subito il sabotaggio di sistemi Danfoss datati e mai aggiornati. Stavolta l’ondata è arrivata anche in Italia: almeno quattro supermercati Coop in franchising, tre a Catania e uno a Palermo, hanno trovato le temperature manomesse. Martedì il governo ha riunito a Palazzo Chigi l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e l’intelligence, con la sintesi “nessun allarme, ma massima attenzione”.

Il nodo non è il termometro

Se un frigorifero possa davvero toccare i 50 gradi è un dettaglio da tecnici: “Molti di questi grandi frigoriferi hanno un sistema di sbrinamento che produce un po’ di calore, e se lo lasci acceso a lungo può alzare la temperatura. Ma il problema di fondo non è questo. Il titolo è che non abbiamo più niente di sicuro”. Fabio Duranti lo ripete da anni: “Tutto quello che è elettronico, digitale, in rete, non è sicuro. È manipolabile. Non potete credere alle protezioni, all’antivirus, alle certificazioni, perché un soggetto preparato può aprire qualunque cosa. I protocolli usati in tutto il mondo per trasferire i dati in rete sono sostanzialmente fragili, aperti”.

La prova arriva con le notifiche di ogni giorno: “Il vostro computer e i cellulari si aggiornano continuamente per motivi di sicurezza. Vuol dire che tu aggiorni la sicurezza e il giorno dopo c’è uno che la sfonda: significa che non era sicurezza. Possibile che voi grandi geni, che fate volare aeroplani e missili, non siate riusciti a studiare un protocollo per proteggere le macchine dai malintenzionati? O forse non conviene a nessuno”.

Hacker non è un insulto

C’è poi una questione di parole, e i giornali la sbagliano tutti: “Il cracker è il criminale, l’hacker non lo è. L’hacker è un esperto di informatica e sicurezza che cerca le falle per risolverle, spesso lavora legalmente nella cybersecurity. Chi viola i sistemi per rubare dati, password o per lucro si chiama cracker: è lui il vero pirata informatico. Studiate”.

Il frigorifero che parla con tutti

La domanda vera è perché un frigorifero debba stare in rete: “Così i supermercati controllano tutto da un unico centro. Sì, ma non lo controllano solo loro: lo controllano anche i produttori e i loro partner digitali che hanno scritto il software. Vale per le telecamere, vale per tutto”. Giorgio Bianchi non si stupisce più: “Ho sentito esperti dell’Unità 8200 israeliana dire che potevano usare i cellulari come cimici in casa, accendere telecamera e microfono, accedere a tutte le foto. E questa è solo la punta dell’iceberg. C’è chi si mette Alexa in casa, chi fa aprire la porta alla gente di Amazon per lasciare i pacchi. Finisci dentro una scatola di vetro e poi c’è chi ti dice: ma tanto che c’hai da nascondere?”. Il danno, poi, non è solo la casa svaligiata: “Qui c’è un problema di dati, di profilazione di massa, di modelli con cui si possono fare previsioni di scenario”.

La libertà di non essere spiati

Per l’avvocata Renate Holzeisen basta un ragionamento terra terra: “Consegnarsi completamente a sistemi che non controlliamo, di cui non sappiamo chi li controlla ma sappiamo che sono controllabili, è semplicemente assurdo. Mi preoccupa che così tanta gente non abbia la sensibilità di dire: no, stop, questo non lo voglio. Perché voglio ancora poter decidere io, e non consegnare la mia privacy, sulla quale hanno costruito montagne di carte, specialmente in Italia, e alla quale la gente rinuncia giorno dopo giorno sempre di più”.