LAZIO – “Godo poco in questi momenti, bisogna stare sul pezzo“: così Gattuso aveva frenato gli entusiasmi dopo il successo sull’Udinese, e la sobrietà non cambia nemmeno ora che la Lazio, battendo 2-1 il Cagliari all’Olimpico, è sola in testa a 28 punti, a quasi sedici anni dall’ultima volta. Eppure Alessandro Fusco, in diretta a Radio Radio Lo Sport, sposta lo sguardo dal campo alle emozioni.
Le facce degli eroi dell’infanzia
Il colpo di testa di Pinamonti all’82′ ha chiuso la rimonta sul Cagliari, dopo il vantaggio di Nzola e il pari di Isaksen. Ma ciò che resta a Fusco è la scena finale: “Sarò stato magari influenzato dal modo in cui Gattuso è andato ad abbracciare i giocatori alla fine della partita, ma vado su un aspetto emozionale“.
Da quel gesto nasce un’immagine, come un video che affiora dalle nebbie della memoria. “Abbraccia Maestrelli e dietro di lui vedo le facce degli eroi della mia infanzia“. Maestrelli è l’allenatore del primo scudetto biancoceleste, nel 1974, e dietro di lui sfilano i protagonisti di quella Lazio, da Chinaglia a Re Cecconi. Nell’elenco compare anche Furio Focolari, con la sciarpa della Lazio.
Il primato e ciò che vale
La classifica fotografa un momento raro. Dopo Venezia la Lazio aveva raggiunto Roma e Inter in vetta; ora allunga di tre punti sui nerazzurri, battuti 3-1 dal Milan nel derby, e di quattro sui giallorossi, vittoriosi 5-2 a Udine. Numeri che Gattuso tiene a distanza, preferendo il lavoro quotidiano ai festeggiamenti.
Per Fusco il valore del primato sta altrove, in una continuità tra generazioni che non passa dai punti. Un abbraccio che, nelle sue parole, non si ferma ai vivi: “Perché oggi ogni laziale che non c’è più sicuramente sta abbracciando questa squadra, sta abbracciando Gattuso per il modo in cui incarna i valori di una lazialità che qualcuno voleva morta e che invece non morirà mai“.










