Settantatré anni dopo, l’Italia torna sul tetto del mondo della Formula 1. Kimi Antonelli è campione del mondo: il primo italiano a riuscirci dai tempi di Alberto Ascari, che conquistò l’iride nel 1953, e il più giovane di sempre a prendersi il circo più veloce del pianeta. Lo ha fatto al termine di una stagione da 9 vittorie su 19 Gran Premi, con una continuità che ha tolto il fiato agli avversari prima ancora che la matematica chiudesse i conti.
L’immagine che resterà è quella del traguardo. Da una parte Max Verstappen, vincitore della gara e padrone di quattro mondiali; dall’altra Lewis Hamilton, secondo al volante della Ferrari e di titoli iridati ne conta sette. Undici corone mondiali che sollevano in aria il ragazzo che li ha battuti: un avversario, quasi un erede, ma soprattutto un pilota che entrambi stimano per il talento e per il modo in cui sta in pista e fuori. È una fotografia che finirà nei libri di storia, perché dice tutto senza bisogno di didascalie. Lo ha capito anche il diretto interessato, che ha già deciso di appendere quel fotogramma tra le pareti di casa.
Per decenni l’Italia è stata il Paese della Formula 1 grazie al Cavallino. Adesso lo è grazie a un ventenne.
La forza dell’ordinario
Viene spontaneo inseguirlo a colpi di aggettivi, ma forse il segreto di Antonelli è proprio quello di non averne bisogno. La sua forza sta nella naturalezza: un ragazzo che sa essere uomo quando serve e resta ragazzo quando può, avvolto nel tricolore e stretto alla sua famiglia. In un ambiente popolato da furbi e provocatori, è uscito da questa corsa pulito, esattamente come la sua immagine. Vive il momento con una leggerezza giusta, mai sopra le righe, e quando c’è da fare sul serio diventa un professionista impeccabile.
Molto passa da casa. La madre ha raccontato che il neocampione del mondo riceve ancora una paghetta mensile, perché non deve dimenticare da dove viene. Detto di chi guadagna, e guadagnerà, decine di milioni di euro, è un dettaglio che vale più di qualsiasi trofeo. Lo sport individuale italiano ha sempre saputo regalare fuoriclasse, da Federica Pellegrini a Valentino Rossi: Antonelli entra in quella galleria con un tratto in più, l’atipicità rispetto a una generazione spesso smarrita.
Niente di questo arriva dal nulla. La Mercedes ha scommesso su di lui quando aveva appena 11 anni, e non è stato un regalo: è stato un investimento lungo, costoso, portato avanti fino al titolo. Non tutti credevano che potesse arrivare fin qui, e la lungimiranza di Toto Wolff va riconosciuta senza riserve. Certo, quest’anno la Mercedes è stata la macchina migliore del lotto. Ma basta guardare George Russell, che con la stessa monoposto è rimasto lontano, per capire quanto il pilota abbia fatto la differenza. Dietro c’è una costruzione meticolosa, un percorso che oggi in ogni sport parte prestissimo.
Il rimpianto rosso
E qui, per chi ha il cuore a Maranello, la festa ha un retrogusto amaro. A dar voce a quel sentimento è il giornalista Giovanni Scotto: “Faccio il tifoso Ferrari deluso, che sogna di vedere Antonelli in Ferrari e che avrebbe voluto vederlo crescere in Ferrari. Si parlava dell’investimento su un ragazzino, e da profano mi chiedo: perché la Ferrari non ha notato questo ragazzo? Credo che il tifoso ferrarista oggi soffra di una sana invidia, ma anche del dispiacere di vedere un italiano trionfare con una scuderia tedesca”.











