“I requisiti che servono per imporre un vaccino”: lectio magistralis di Donzelli in Senato

Ad aprire la settimana era stato l’ex ministro Roberto Speranza, che in Commissione Covid aveva rivendicato la campagna vaccinale come la svolta decisiva della pandemia. Mercoledì 28 ottobre, dal Quirinale, il presidente Mattarella è tornato sul tema invitando a contrastare chi inquina il dibattito sui vaccini. Lo stesso giorno, in Senato, un’altra platea discuteva di prove: la XXIII Giornata per ricordare le persone decedute o rese disabili dai vaccini ha posto una domanda solo all’apparenza semplice, cioè quali condizioni deve soddisfare un vaccino perché lo Stato possa legittimamente imporlo.

Per Alberto Donzelli, medico, presidente della Fondazione Allineare Sanità e Salute e coordinatore della Commissione Medico-Scientifica Indipendente, il punto di partenza è uno solo: “Dichiaro di fare esplicito riferimento al metodo scientifico. Chi non lo pensa mi metta subito alla prova. Chiedo da anni confronti basati su dati e fatti, non su opinioni: se qualcuno porterà prove più valide e più forti di quelle che conosco, mi adeguerò e lo riconoscerò pubblicamente. Finora non è successo. Se proprio mi si volesse attribuire un’etichetta, accetterei quella di EBVax, Evidence Based Vax, vaccinazioni basate sulle prove. E se qualcuno mi chiamasse no vax, lo querelerei subito, come ho già fatto”.

L’elenco preparato per l’occasione vale per qualsiasi vaccino, non solo per quello anti-Covid: “Ho predisposto quindici requisiti, e di questi a oggi c’è solo il primo: che esista almeno uno studio clinico randomizzato controllato, possibilmente ampio, che mostri un vantaggio, un’efficacia e una ragionevole sicurezza. Solo la randomizzazione distribuisce in modo equo tra due grandi gruppi tutte le caratteristiche, anche quelle che non immaginiamo, e garantisce che ogni differenza, nel bene e nel male, sia dovuta al trattamento. Ma serve anche il doppio cieco: quando viene rotto, i benefici risultano esagerati del 22%. Quello che manca è uno studio pragmatico, senza criteri di esclusione. Se poi si vuole vaccinare prioritariamente le donne gravide o che allattano, come ha fatto il governo, quelle donne devono essere entrate nel trial. Ma quando mai, se il trial non lo prevedeva?”.

Il peso dello sponsor

Questione non secondaria, chi paga gli studi: “Il trial non deve avere sponsor commerciali, soprattutto se lo sponsor è il produttore, e i ricercatori devono avere una storia di indipendenza. Non è una posizione radicale, è provato: le rassegne sistematiche mostrano un’esagerazione dei benefici del 27% quando lo sponsor è commerciale, che sale al 34% nelle conclusioni, quelle che molti medici si limitano a leggere. Anche la sicurezza viene sovrastimata del 37%. È un fenomeno talmente regolare che è stato coniato un termine apposta: industry bias”.

Il passaggio che secondo Donzelli quasi nessuno conosce riguarda il gruppo di controllo: “Deve esserci un vero placebo, e invece i vaccini hanno tipicamente un falso placebo. Paradossalmente, solo i due studi registrativi anti-Covid usavano una soluzione salina, pur con tanti altri trucchi. Negli altri casi, se il vaccino è nuovo, al gruppo di controllo si somministrano tutti gli ingredienti tranne l’antigene, comprese le sostanze infiammatorie dell’adiuvante: così gli effetti avversi crescono anche nel gruppo placebo e le differenze si assottigliano. Se il vaccino esiste già, lo si confronta con la versione precedente o con altri vaccini. Figuriamoci che razza di placebo è. Se si adottassero sistematicamente placebo veri, o un terzo gruppo a cui non si fa nulla, crollerebbe il castello di carte”.

Per cento, non per centomila

Il nodo più delicato è la sorveglianza attiva, cioè andare a cercare gli effetti avversi invece di aspettare che qualcuno li segnali: “In Thailandia un’anestesista ha fatto su circa 300 adolescenti quello che noi avevamo chiesto ai parlamentari: elettrocardiogramma e dosaggio della troponina prima dell’inoculazione e di nuovo entro tre giorni. Risultato: il 29% di modifiche sfavorevoli all’elettrocardiogramma e il 2,33% di miocarditi subcliniche. Ho detto per cento, non per centomila o per milione come ha avuto il coraggio di dire l’AIFA. All’ospedale di Basilea, su 777 sanitari dopo la terza dose di Moderna, è emerso il 2,8%. In Puglia, l’unico studio italiano di sorveglianza attiva che ha applicato l’algoritmo dell’OMS ha registrato, nei bambini vaccinati con il quadrivalente morbillo-parotite-rosolia-varicella, il 3,8% di eventi avversi gravi: quasi mille volte più di quanto emergeva dalla sorveglianza passiva della stessa regione. E uno studio finanziato dall’EMA sulla Covid arriva alla stessa conclusione: una sottostima di mille volte. Non può più essere tollerato che qualcuno dica cose diverse”.

L’efficacia che svanisce

Anche sulla durata della protezione i dati citati vanno in un’unica direzione: “In Qatar, su tutta la popolazione, dopo la vaccinazione la protezione sprofonda fino a diventare negativa: in undici mesi l’efficacia complessiva era già sotto zero. L’ECDC, su undici Paesi tra cui Germania, Francia e Spagna, mostra che dopo sei mesi il booster è già in negativo del 34% rispetto a chi aveva fatto due dosi, e non parliamo di infezioni, ma di polmoniti gravi da Covid che portano in ospedale. Per il vaccino antinfluenzale negli anziani che non hanno avuto un infarto nell’ultimo anno, gli studi randomizzati non mostrano alcun beneficio cardiovascolare, con un aumento, non significativo, del 45% della mortalità cardiovascolare. Ve l’hanno detto quando vi spingevano a vaccinarvi?”. E sullo pneumococco: “Servono quasi 600 vaccinati per evitare una polmonite, e intanto le malattie invasive aumentano ogni anno, perché il batterio si riorganizza ed evade i vaccini”.

Da qui la questione giuridica: “Un’ordinanza della Corte di Cassazione stabilisce che il consenso informato deve indicare chiaramente i risultati conseguibili, le possibili conseguenze negative e le alternative, senza formule generiche. Con i vaccini pediatrici, a occhio, non viene rispettato nessuno di questi tre requisiti. Chi facesse causa per violazione del diritto all’autodeterminazione otterrebbe un risarcimento anche senza aver subito danni”. Tra le alternative che sarebbero esistite fin dall’inizio, il medico cita trattamenti come lo iodopovidone, sostenuti a suo dire da studi randomizzati già pubblicati tra il 2020 e il 2021: “Altro che circolari di Speranza con la tachipirina: c’erano rimedi che potevano e dovevano essere usati il prima possibile”.

Lo studio che nessuno voleva pubblicare

Il finale è dedicato al confronto tra bambini vaccinati e non vaccinati condotto all’Henry Ford Health da Marcus Zervos, presentato al Senato americano: “Zervos era un infettivologo convintissimo dell’importanza dei vaccini, insegnava a fare i trial, e accettò sicuro di dimostrarne i benefici. Invece, confrontando 2.000 bambini non vaccinati con 16.500 vaccinati, a dieci anni i vaccinati avevano 4,3 volte più asma, quasi 6 volte più malattie autoimmuni, 5,5 volte più disturbi del neurosviluppo e, nel complesso, due volte e mezzo più malattie croniche. Lo studio non è stato pubblicato, e lui ha ammesso che la sua carriera sarebbe stata distrutta. Serve un trial randomizzato pragmatico con lungo follow-up, rivolto agli indecisi, e nessun comitato etico avrebbe nulla da obiettare. Ora metteremo alla prova i politici di tutte le Regioni: quando renderemo pubblici i dati di Zervos, che non si dica che uno studio come questo non va replicato subito in Italia, e che in attesa della replica non si accetti una moratoria degli obblighi vaccinali”.