Nel corso di un confronto condotto da Fabio Duranti con il fotoreporter Giorgio Bianchi e poi con l’analista Manlio Dinucci, la discussione si è spostata sul disagio sociale che attraversa l’Italia e sul modo in cui il potere gestirebbe le proteste che ne nascono.
Il punto di partenza è un confronto con il passato. L’Italia, è stato ricordato, è stata la settima potenza industriale mondiale. Poteva contare su energia a basso costo, manodopera e una burocrazia meno soffocante di quella di oggi. Si respinge l’idea che il Paese facesse “il passo più lungo della gamba”, sostenendo che per trent’anni abbia registrato avanzi primari. Oggi, invece, il disagio è “molto grave” e produce proteste.
Secondo questa lettura, a un governo basterebbe infiltrare i cortei con criminali, persone deviate o estremisti politici e religiosi. Dietro di loro ci sarebbero ‘ingegneri sociali’ capaci di usare le dinamiche dei social. A quel punto la televisione parla solo dei disastri, come quelli avvenuti a Milano, e della maggioranza che protestava per motivi legittimi non si parla più.
Si sostiene poi che gli strumenti tecnologici per prevenire la violenza esistano, dall’intelligenza artificiale all’analisi delle chat. Se non vengono usati, è la tesi, è perché i disastri tornano comodi per spostare l’attenzione. È il meccanismo che porta a dittature e guerre civili: nascondere il disagio fino a un punto di non ritorno.
Un fronte ampio, senza tessere
La conclusione, però, non è pessimista. La proposta è un grande fronte, non un partito, in cui ciascuno mantenga la propria identità e continui a fare il proprio mestiere. Un fronte che non si divida su categorie politiche e ideologiche, ma si concentri su fattori ‘vitali’, legati alla sopravvivenza.
Vi trova spazio anche chi parte da posizioni opposte. Se Giorgia Meloni rifiuta le sanzioni per non essere ‘servi sciocchi di interessi altrui’, è stato detto, in quel momento è un’alleata, pur restando da vedere cosa accadrà al governo. Sulla Russia la posizione è netta: se Trump allenta le sanzioni, l’Italia dovrebbe fare altrettanto, non perché i russi siano ‘tanto buoni’, ma perché il loro gas e il loro petrolio servono agli interessi nazionali.
La ‘diplomazia dei popoli‘
L’ultima proposta riguarda la ‘diplomazia dei popoli’. Se quella ufficiale lavora per la guerra, si può mettere in moto una diplomazia dal basso: un piccolo esperimento in tal senso è stato una delegazione del gruppo Grandangolo, accolta ‘a braccia aperte’ a San Pietroburgo. Nessun popolo contro un altro, compresi ucraini e israeliani. Può sembrare utopia, è stato ammesso, ma senza questa convinzione non si riuscirebbe a fare ciò che si fa.










