La tagliola digital serve il conto: “Come ti rubano la privacy in pochi passi” | Duranti e Bianchi

Oltre un milione di dati riservati sottratti dalle banche dati italiane. Trenta misure cautelari. Vittime eccellenti tra calciatori, cantanti e imprenditori. La notizia arriva dal Gruppo Cyber della Procura di Napoli e fa rumore per qualche ora. Poi, come sempre, passa. Ma la domanda che lascia dietro di sé è più grande del singolo caso: a chi appartengono davvero i nostri dati?«Vi diciamo da anni: attenzione a digitalizzare tutto», avverte Fabio Duranti ai microfoni di Un Giorno Speciale. «Dire “non ho nulla da nascondere” non ci salva. Non avere cose da nascondere non significa che le devo pubblicare. Fatti i cavoli tuoi. Allora la privacy non esisterebbe. Infatti non esiste».

Il GDPR e la grande finzione

Norme, authority, regolamenti europei. La tutela della privacy è diventata un apparato burocratico imponente che, nella pratica, non protegge nessuno. Il motivo è semplice: basta comprare uno smartphone. «Solo per accenderlo dovete accettare norme che comunque la vostra privacy la violano per legge, la violano legalmente», spiega Duranti. «Tutti si stanno facendo gli affari vostri. Basta comprare un cellulare».

Il meccanismo è rodato: l’utente accetta i termini di servizio senza leggerli, e in quel click cede volontariamente tutto. «Esiste una legge sulla privacy, il GDPR, ma poi basta che voi accettiate, è tutto a posto. È un po’ quello che accade nella sanità con il consenso informato: nessuno può obbligarvi, ma se non firmate non accendete il cellulare, non entrate nei negozi, non andate a lavorare».

Una vera privacy digitale, oggi, è accessibile solo a chi ha competenze tecniche avanzate. «Sono solo pochi privilegiati a poterla avere», ammette Duranti. Per tutti gli altri, il controllo è strutturale, non accidentale.

Peggio di un re assoluto

Giorgio Bianchi porta un esempio storico che vale più di mille analisi. Luigi XIV, il Re Sole, sovrano assoluto che poteva spedire chiunque alla Bastiglia senza processo, si pose un problema morale quando volle introdurre una tassa patrimoniale: aveva il diritto di guardare dentro i patrimoni privati dei suoi sudditi? «Il sovrano assoluto aveva una remora a guardare nelle tasche dei propri sudditi», racconta Bianchi. «Oggi noi siamo in democrazia e se vai in banca a ritirare 20.000 euro devi spiegargli cosa ci devi fare».

Il paradosso è bruciante. «Diciamo che siamo progrediti, che siamo in un mondo più democratico. Su alcune cose lo siamo. Su altre c’è stato un arretramento che è andato oltre l’assolutismo». Giustificarsi con un ente privato su come spendere i propri soldi non è una conquista di civiltà. È il contrario.

Il mondo alla rovescia

In questo sistema capovolto, chi difende la propria privacy diventa sospetto. «Nel mondo alla rovescia sei strano te se non vuoi che qualcuno metta il naso nel tuo patrimonio», osserva Bianchi. La narrazione ufficiale presenta il controllo totale come strumento anti-evasione, ma Duranti smonta la retorica: «Dopo 5 minuti che hanno sparato questa storia, vanno a fare un ordine su un e-commerce famoso e gli arriva la roba senza che sia gravata di tasse».

I miliardi nei paradisi fiscali

E intanto, la vera evasione prospera indisturbata. Bianchi cita un documentario — La tela del ragno, il secondo impero britannico, disponibile su YouTube — che ricostruisce come funzionano i trust offshore britannici: «La metà del denaro circolante nel mondo è nascosto nei paradisi fiscali. Qualcuno mi deve spiegare come ci sono arrivati quei soldi. Non certo con navi cariche di dobloni: qualcuno in un ufficio a Londra ha fatto click e i soldi sono finiti là».

Il sistema che chiede al cittadino comune di giustificare un prelievo in contanti è lo stesso che non fa domande sui miliardi in transito verso le Isole Cayman. La sorveglianza, insomma, non è democratica. Sa benissimo dove guardare — e dove fare finta di non vedere.