Facebook non è nata in un garage. Google nemmeno. È questa la verità che emerge ricostruendo la filiera che dal DARPA — il dipartimento del Pentagono dedicato alle armi avanzate — porta direttamente alle piattaforme che oggi dominano internet.
La narrativa vuole che queste aziende siano state create nei garage da alcuni genietti, la realtà ci dice che tutto questo era un progetto militare. Il punto di partenza, nel racconto dell’autore, è l’Alliance Forum del 1994, un think tank partorito all’interno del Pentagono con fondi anche della CIA, veicolati attraverso In-Q-Tel, la società di venture capital che ha investito nelle aziende poi diventate Big Tech. Shoshana Zuboff nel suo Il capitalismo della sorveglianza analizza nel dettaglio questo percorso, a partire dai due studenti di Stanford — Brin e Page — che diedero vita a Google.
“Internet stessa è figlia di quella logica”, dice ai nostri microfoni David Colantoni, poeta, scrittore, saggista pittore e artista visivo: prima del World Wide Web c’era ARPANET, infrastruttura dell’ARPA militare, l’antenato del DARPA. Edward Snowden in Permanent Record ne ha illustrato ampiamente le implicazioni.
Il Detachment 201 e i CEO in mimetica
Il caso più recente e simbolicamente più potente è quello del Detachment 201, l’Executive Innovation Corps dell’United States Army Reserve. Nel 2025 quattro figure di vertice del settore tecnologico — tra cui il CEO di Meta e un executive officer di Palantir — hanno prestato giuramento nell’esercito americano. Lo stesso Colantoni ha mostrato la fotografia pubblicata nel suo libro: tre uomini in mimetica che giurano davanti a un alto ufficiale.
«Noi abbiamo questi personaggi che sono entrati direttamente sotto la giurisdizione della legge marziale», ha commentato. «L’idea che i giganti della Silicon Valley abbiano preso possesso del Pentagono è esattamente il contrario della realtà».
Palantir, in questo quadro, non è un caso marginale. Nelle stesse ore dell’intervista è emerso che l’Ucraina consegnerà alla società i dati raccolti dai droni da combattimento, per affinare la precisione degli attacchi in profondità nel territorio russo. Un’azienda formalmente privata che gestisce intelligence di guerra. «Non è privata», ha tagliato corto Colantoni. «È controllata completamente dal Pentagono».
La fine del “complesso militare-industriale”
Colantoni si appoggia alle analisi di Seymour Melman, professore della Columbia University e autore di Capitalismo militare. Melman sostiene che nel momento stesso in cui Eisenhower — nel suo celebre discorso del 17 gennaio 1961 — avvertiva la democrazia americana del pericolo del complesso militare-industriale, quell’entità aveva già cessato di esistere nella forma descritta.
Con la creazione della Defense Supply Agency voluta da Kennedy, il “complesso” — inteso come mercato fra industriali, ufficiali e politici — si trasformò in qualcosa di più pervasivo: il Pentagono prese il controllo non solo dei processi produttivi, ma anche di chi, come, quando e dove vendere. Un controllo che Melman definisce «totalitario».
A dare la misura dell’incidenza strutturale del potere militare sulla società americana, Colantoni ha citato alcuni dati. L’apparato pubblico statunitense conta circa 6 milioni di dipendenti, di cui 3 milioni alle dipendenze del Pentagono. I veterani sono oggi 18 milioni, il 5% della popolazione. Di questi, 7 milioni sono “veterani post-professionalizzazione”, ovvero congedati dall’esercito volontario nato nel 1973.
Il costo annuo di questi veterani per i contribuenti americani è di 400 miliardi di dollari — circa il PIL della Norvegia, più di tutta la spesa militare europea complessiva. «Ci rendiamo conto dell’incidenza di classe che ha ormai il potere militare», ha osservato Colantoni, elaborando la sua tesi di fondo: gli eserciti professionalizzati costituiscono una vera e propria classe sociale, che persegue i propri interessi attraverso il caos geopolitico, poiché è il caos a far crescere le spese per la difesa.
Il colonnello Métellier e i sindacati militari europei
La stessa dinamica si sta sviluppando in Europa, con un ritardo di circa un decennio rispetto agli Stati Uniti. La professionalizzazione degli eserciti europei è avvenuta nella prima decade del ventunesimo secolo, e tra vent’anni anche il continente conterà milioni di veterani.
Il caso-chiave è quello del colonnello francese Métellier, che nel 2011 fondò un sindacato militare — vietato per legge — e fu immediatamente destituito da Sarkozy. Il colonnello fece ricorso, e vinse sia davanti alla Corte Costituzionale francese sia davanti alla CEDU. La motivazione è rivelativa: la legge, troppo blunt per distinguere tra lavoratore e soldato, lo ha letto come un lavoratore ordinario con diritto alla sindacalizzazione. La sentenza della CEDU, vincolante per tutti gli Stati membri, ha aperto la strada a cause analoghe in tutta Europa.
«Oggi noi abbiamo gli eserciti che sono tutti sindacalizzati», ha concluso Colantoni. Citando Hobsbawm, ha ricordato che il sindacato è il luogo dove si incuba la coscienza di classe. Applicato a corpi armati dello Stato, il concetto assume una portata inedita: mentre le altre classi lavoratrici hanno usato i propri strumenti di lavoro come armi di lotta, i militari hanno le armi come strumenti di lavoro. Un ribaltamento che è appena agli inizi.
Nel video l’intervista di Giorgio Bianchi.










