Soldi, migranti e sicurezza, così Trump ha conquistato la classe media americana

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Prima di lui, l’ultimo repubblicano diventato candidato presidenziale senza mai aver occupato una posizione politica elettiva era stato il generale Dwight Eisenhower. Donald Trump non ha vinto la Seconda Guerra Mondiale, ma questo dice qualcosa sulle qualità che gli hanno consentito di ottenere la sua storica nomination, dopo che il trionfo nelle primarie di martedì in Indiana ha convinto i suoi rivali Ted Cruz e John Kasich a ritirarsi. Ora si tratta di vedere se i punti di forza che lo hanno spinto al successo nella lotta interna al Gop basteranno a fargli battere anche Hillary Clinton a novembre.

Tutto è cominciato con il muro da costruire al confine col Messico, pagato dai messicani, per tenere fuori dagli Usa gli illegali. Tema che sarà al centro dei primi cento giorni di amministrazione ha aggiunto ieri il magnate al New York Times che pubblica una serie di interviste sui «primi cento giorni». «Annullerò la riforma sanitaria di Obama», l’altra promessa di Trump. Al tema immigrazione all’inizio della sua corsa, Donald ha aggiunto l’economia, facendo leva in particolare sul malessere della classe media, che si sente sempre più minacciata dalla globalizzazione e privata del suo sogno americano. La promessa di rilanciarla è diventata uno slogan: «Rifare grande l’America».

Agli argomenti poi ha accompagnato uno stile diretto, irrispettoso della correttezza politica, in certi casi apertamente offensivo, che lo ha aiutato non solo a comunicare in maniera efficace, ma anche a costruire l’immagine dell’outsider pronto a portare il cambiamento radicale, sfidando il sistema e l’establishment. Un populismo nell’era di Twitter che gli ha consentito in particolare di conquistare l’elettorato bianco della classe media e bassa, che si sente sempre più emarginato e minacciato dalla crescita delle minoranze. Questa formula ha colto un sentimento di disagio molto diffuso, ed è bastata a sgominare tutti i 16 avversari repubblicani, da quelli che volevano ammantarsi del conservatorismo tradizionale reaganiano, a quelli che invece provenivano dall’insurrezione ormai decennale del Tea Party. Solo lui ha interpretato la pancia della base e ha vinto.

Ora però la sfida diventa nazionale e il campo di gioco cambia. Un’autorevole fonte interna al Grand Old Party spiega: «Allo stato attuale, i nostri sondaggi dicono che Trump non solo verrebbe battuto da Hillary Clinton per la Casa Bianca, ma ci farebbe anche perdere la maggioranza al Senato. Questo vorrebbe dire che i democratici prenderebbero il controllo della Corte Suprema, che è la vera grande posta in gioco a novembre». Per evitare questa disfatta, secondo la nostra fonte Donald dovrebbe cominciare subito a fare tre cose: primo, smettere di attaccare l’establishment e i colleghi; secondo, moderare la retorica sui temi peraltro popolari della sua campagna, diventando più presidenziale; terzo, scegliere un vice giusto che tranquillizzi tutte le anime del partito, tipo la governatrice del New Mexico Susana Martinez o l’ex rivale Marco Rubio, se mai accettasse.

Il primo punto è fondamentale per riunificare il partito. Alcuni elementi forse sono irrecuperabili, come il senatore Sasse che non voterà mai Donald, o il gruppo dei neocon guidato da Bill Kristol, che sta attivamente cercando di lanciare un candidato alternativo indipendente, anche se l’effetto sarebbe solo quello di consegnare la Casa Bianca a Hillary, come aveva fatto Ross Perot con Bill Clinton nel 1992. Il resto però va ripreso, per non perdere voti e soldi. Il secondo punto serve ad allargare la coalizione elettorale. In questo momento, Trump batte Hillary solo fra i bianchi poveri e meno istruiti e gli elettori preoccupati dall’andamento dell’economia, che gli permettono di mettere in gioco stati industriali pesanti come Ohio, Michigan, Pennsylvania, forse Wisconsin e New Jersey. Neri e ispanici però sono in larga parte persi, così come le donne. Anche fra i giovani, Clinton perde contro Sanders ma vince contro Donald. Lui naturalmente punta agli astensionisti per cambiare la mappa, e durante le primarie è riuscito a pescare in quel 50% di elettori che non vanno neppure alle urne da anni. Non è chiaro, però, se questo basterà a compensare la possibile perdita di voti fra i repubblicani moderati, e comunque per vincere dovrà allargare la sua base agli indipendenti del centro. La scelta del vice, cioè il terzo punto chiave, potrebbe aiutarlo ad affrontare tutti i suoi problemi, lanciando un segnale conciliante all’establishment, ai moderati che hanno paura dei suoi eccessi, ai conservatori tradizionali esclusi, e magari alle minoranze. Eisenhower è un precedente difficile da imitare, ma è anche vero che Trump finora ha smentito tutte le previsioni.

La Stampa