Senato, i dubbi del Quirinale

GIORGIO NAPOLITANO

Se l’esito dell’incontro di Renzi con Berlusconi, capitolo riforme, si poteva ieri toccare con mano, con Forza Italia che ritira d’un colpo ben 50 interventi che avrebbero «appesantito» non poco il dibattito in Commissione, più complesso è stato il colloquio con Napolitano, su invito del Quirinale, e che aveva proprio nelle riforme il suo focus. Aleggia da tempo al Colle più alto una certa qual preoccupazione, con tutta l’importanza che notoriamente da sempre Napolitano attribuisce al tema. I canali, in particolare col ministro Boschi, sono a quanto risulta sempre accesi. Il presidente ha firmato il disegno di legge (non appena è stata consegnata la relazione d’accompagnamento) subito, e senza batter ciglio. Non una sola parola è stata ufficialmente pronunciata, attendendo il lavoro che farà il Parlamento.

Ma Napolitano ha tenuto a incontrare il presidente del Consiglio per informarsi su come intenda procedere e ha poi offerto, in una conversazione certo a tutto campo sulla situazione del Paese e sul momento politico (pur smentendo ufficialmente ieri il Quirinale che Napolitano abbia messo bocca sulle nomine, rimarcando di aver rispettato le decisioni e l’autonomia del governo) qualche consiglio di metodo. Il percorso delle riforme è infatti tradizionalmente il più accidentato di tutto l’intero processo legislativo, figurarsi se si tratta di modifiche costituzionali che toccano un ramo del Parlamento e la legge madre di ogni guerra politica qual è quella elettorale. E in più da tempo c’è una certa qual sensazione, perfettamente percepibile a livello politico, che Renzi attribuisca alle elezioni europee un potere salvifico, anche perché il risultato temuto è un’affermazione dei populismi, ma quel che può essere determinate per le riforme è lo sfarinamento di Forza Italia. Una condizione che certo può agevolare le riforme, come ieri notava caustico Massimo D’Alema, ma sulla quale è forse imprudente fare troppo assegnamento.

Le cose non sono mai così semplici. E dunque il consiglio a Renzi è stato chiaro, e di metodo poiché notoriamente non pochi problemi possono venire anche dal Pd, e suonava più o meno così: caro presidente, decida ciò che ritiene irrinunciabile e lo difenda, e tratti sul resto. Un suggerimento al quale il presidente del Consiglio ha dato immediatamente seguito, o almeno questa è stata la plastica rappresentazione, incontrando subito e a lungo Silvio Berlusconi. Ottenendo un immediato effetto-estintore: fino a quel momento, Forza Italia stava sulle barricate, arroccata sull’idea del «Senato elettivo», e minacciando di non votare la riforma.

Nulla trapela da un Quirinale sempre più blindato, ma fonti parlamentari riferiscono di uno scarso gradimento per qualche dettaglio qua e là nel testo del disegno di legge. E in particolare per qualcosa che, se lo si guarda con gli occhi del Quirinale, proprio dettaglio non è: quei 21 senatori di nomina presidenziale, su cui si è già accentrata l’attenzione critica anche dei costituzionalisti favorevoli alle riforme, di cui non si comprendono bene le ragioni, ma che soprattutto rischiano di mettere -proprio perché “immotivati”- l’istituzione più alta del Paese nel mirino delle critiche. In soldoni, dice la fonte politica, è come se il Colle volesse evitare di vedersi mettere in conto l’idea di (ben) 21 senatori di sua nomina nel futuro Senato delle Autonomie. Un po’ come ieri si è appunto smentito seccamente una qualche «ingerenza» di Napolitano nelle nomine, quando poi il presidente – richiesto di un incontro da Paolo Scaroni – l’aveva accordato fissando proprio il giorno in cui sapeva che le nomine sarebbero stata cosa già compiuta.

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