Caccia ai capi invisibili. Così Obama fa il vuoto attorno al Califfo

President Barack Obama pauses as he speaks to reporters about the fiscal cliff in the Brady Press Briefing Room at the White House in Washington, Friday, Dec. 21, 2012. (AP Photo/Charles Dharapak)

L’eliminazione di Abu Sayyaf rivela che dopo 281 giorni di raid aerei il Pentagono cambia tattica contro il Califfo mandando in campo le truppe speciali: la svolta militare punta a colpire lo Stato Islamico (Isis) lì dove è più forte. Vale a dire la gerarchia interna che gestisce il petrolio e guida le operazioni di terra.

Abu Sayyaf era l’«Emiro del greggio» di Abu Bakr al-Baghdadi e dalla sua residenza ad Amr gestiva di persona traffico e vendita del greggio estratto dai campi di Dair az-Zour, i più importanti della Siria. L’efficienza di Abu Sayyaf è descritta dai numeri: dall’indomani della proclamazione del Califfato, il 29 giugno 2014, ha garantito entrate di circa 3 milioni di dollari al giorno vendendo il greggio – anche iracheno – soprattutto a trafficanti turchi e curdi, e quando il calo del prezzo ha ridotto i profitti di oltre un terzo ha iniziato, con grande disinvoltura, a smerciare petrolio a chi più ne ha ancora bisogno, ovvero l’arcinemico regime di Bashar Assad.

Sebbene Damasco continui a negare di acquistare illegalmente petrolio da Isis – come il ministero del Tesoro Usa ha invece sostenuto in marzo – l’abilità di Abu Sayyaf nel continuare a vendere greggio a dispetto di raid e sorveglianza satellitare lo ha trasformato in uno dei pilastri del Califfato. Tantopiù pericoloso quanto i miliziani jihadisti sono oramai entrati dentro la super-raffineria irachena di Baiji e, riuscendola a controllare, potrebbero moltiplicare entrate e profitti grazie a cui il Califfato paga stipendi mensili a dipendenti, imam e combattenti che vanno da 200 a 800 dollari.

Raid siriano «rivale»

A confermare la scelta dell’attacco alle strutture petrolifere del Califfato c’è il fatto che, quasi contemporaneamente al blitz della Delta Force, il regime di Damasco ha affermato di aver eliminato, nella stessa regione di Dair az-Zour il «ministro del Petrolio» di Isis ovvero Abu Taym al-Saudi «mentre si trovava nel campo petrolifero di Omar». Washington nega di aver informato Damasco in anticipo del blitz contro l’«Emiro del greggio», ma i due attacchi suggeriscono che i più agguerriti nemici del Califfo seguono un copione almeno simile.

Ma non è tutto perché, da quanto trapela da fonti militari americane, l’intento della Delta Force era di «catturare l’Emiro» e il blitz ha portato al sequestro di «materiale di comunicazione adoperato da Abu Sayyaf per restare in contatto con Al Baghdadi». Da qui l’ipotesi che il Pentagono stia in realtà soprattutto braccando il Califfo – più o meno ferito, poco importa – e i suoi più stretti collaboratori ovvero i due «generali» da cui dipendono le operazioni di terra in Siria e Iraq: Abu Ali al-Anbari, capo della struttura militare e veterano dell’esercito iracheno di Saddam Hussein, e Abu Omar al-Shishani, il feroce veterano della guerra in Georgia a capo delle unità dei volontari stranieri impegnati in Siria.

Iracheni poco affidabili

La scelta di dare la caccia ai leader, impiegando truppe speciali sul terreno, nasce dalla necessità del Pentagono di imprimere una svolta alle operazioni anti-Isis alla luce dei deboli risultati della propria offensiva aerea come anche di quella terrestre condotta dagli iracheni. Dopo la caduta di Tikrit, in marzo, il neopremier iracheno Haider Abadi aveva promesso una veloce riconquista dell’Anbar – la regione roccaforte dei sunniti – per poi dare l’assalto a Mosul, ma il successo di Isis nell’assalto a Ramadi ha evidenziato il flop dei generali iracheni, il cui errore tattico è stato di affidarsi a truppe sciite sostenute da milizie filo-iraniane, con il risultato di spingere molte tribù sunnite verso Isis.

Quando ai carenti risultati di terra, Baghdad ha iniziato a sommare l’annuncio di eliminazioni di leader di Isis – da Al-Baghdad al vice al-Afri – non confermati dall’intelligence Usa, i comandi del Pentagono hanno percepito la necessità di assumere l’iniziativa. Ecco perché l’eliminazione di Abu Sayyaf è solo l’inizio di una caccia ai gerarchi del Califfato destinata a moltiplicare gli scontri frontali fra soldati Usa e jihadisti.

La Stampa