Al Qaeda al tramonto «Pronta a sciogliersi per confluire nell’Isis»

Isis

A poco meno di 4 anni da quando divenne capo di al Qaeda, succedendo all’ucciso Osam bin Laden, Ayman al Zawahiri starebbe pensando di sciogliere quella che negli ultimi 25 anni, fino alla nascita dello Stato islamico, è stata la più famosa organizzazione terroristica di matrice islamica. Cosa che potrebbe provocare il totale assorbimento di al Qaeda proprio da parte dell’ormai molto più potente Stato islamico. A rivelarlo, secondo il quotidiano panarabo Al Hayat, sarebbe stato Ayman al Din, un ex membro di al Qaeda che il giornale presenta anche come «spia dei servizi segreti britannici».
LE INDISCREZIONI
Secondo quanto riferisce il giornale panarabo, miliziani del gruppo jihadista siriano Ahrar al Sham avrebbero riferito ad Ayman al Din di avere sentito da membri del Fronte siriano al Nusra che al Zawahiri ha dato a loro e ad altri gruppi qaedisti nel mondo il permesso di «interrompere i legami diretti con al Qaeda e di decidere di fondersi con altri movimenti jihadisti». Secondo Al Din, «vi sarebbe un piano che può portare allo scioglimento di al Qaeda entro quest’anno». Zawahiri avrebbe però avanzato la richiesta di «mantenere la leadership a livello mondiale di al Qaeda». Il che potrebbe significare che in caso di totale assorbimento di al Qaeda da parte dello Stato islamico, al Zawahiri potrebbe inseguire una poltrona nell’Isis.
Oculista chirurgo, di origni egiziane, 63 anni, al Zawahiri è stato a lungo numero 2 di bin Laden; decine i videomessaggi del “re” del terrore affidati a lui. Oggi si nasconderebbe nel Waziristan, la zona montagnosa, “casa” dei talebani, al confine tra Afghanistan e Pakistan. In quella zona, nel settembre 2001, un raid aereo statunitense uccise una delle sue moglie e due figli. Tra i suoi ultimi messaggi, uno datato febbraio 2014, in cui invitava lo Stato islamico a lasciare la Siria e a concentrarsi sull’Iraq. Il secondo, a settembre, in cui annunciava la rottura di tutte le alleanze di al Qaeda.
Messaggi quasi di “pace” se paragonati a quello che ieri gli estremisti islamici somali di al Shabab hanno diffuso dopo il massacro compiuto due giorni fa nell’università di Garissa: «Il Kenya vivrà altri attacchi mortali. Non ci sarà alcun luogo sicuro per i kenyoti, fintanto che il Paese manterrà le sue truppe in Somalia».
Il Kenya è in lutto ma oltre al dolore crescono collera e sdegno. In molti hanno accusato il governo di non avere preso adeguate misure di sicurezza e di avere sottovalutato la minaccia jihadista e l’allerta lanciata da alcuni Paesi stranieri, con il presidente Uhruru Kenyatta che il giorno prima dell’attacco aveva definito il suo Paese un luogo «sicuro come ogni altro Paese del mondo». Molti dei 142 studenti uccisi, puniti perché cristiani «sono stati giustiziati con un colpo alla testa» ha rivelato Lennie Bazira, direttrice di Amref Kenya, i cui operatori sono stati tra i primi a soccorrere i feriti. Il bilancio finale è di 152 morti: gli studenti, 3 agenti, 3 soldati e 4 terroristi.

IL MESSAGGERO