Giovanni Malagò è il nuovo presidente della FIGC. L’ex numero uno del CONI è stato eletto questa mattina all’assemblea elettiva tenutasi al Rome Cavalieri Hotel di Roma, in seconda convocazione, con il 68,58% delle preferenze. Lo sfidante Giancarlo Abete, presidente della Lega Nazionale Dilettanti ed ex presidente federale dal 2007 al 2014, si è fermato al 29,17%. Le schede bianche hanno rappresentato il 2,25%. Hanno partecipato 266 dei 273 delegati aventi diritto, in rappresentanza delle sei componenti federali: Serie A, Serie B, Lega Pro, LND, calciatori e allenatori. Malagò era sostenuto da Lega Serie A, Serie B, Assocalciatori e Assoallenatori. Il Consiglio federale è stato confermato in blocco.
Malagò succede a Gabriele Gravina, dimessosi dopo la terza consecutiva mancata qualificazione ai Mondiali da parte della Nazionale. Prima del voto era stato necessario superare il nodo del cosiddetto “pantouflage”: il parere dell’ANAC, richiesto dal ministro Abodi, ha escluso l’applicazione della norma all’ambito sportivo. Malagò ha presentato un programma di 23 pagine. Le sue prime parole dopo la proclamazione: «Da solo non posso fare niente, con voi posso fare tutto». La prima urgenza operativa è la scelta del commissario tecnico della Nazionale.
Orsi: «Servono riforme dure sui vivai e sugli stranieri»
Nando Orsi non usa mezzi termini: «Deve a tutti i costi scegliere l’allenatore giusto per la nazionale e deve cominciare a fare delle riforme. Se con questo tipo di votazione non prende decisioni importanti — sugli stranieri, sui vivai, sulla riforma dei calendari del campionato — siamo al punto di prima e non serve Malagò, serviva uno normale. Serve lui, ma serve anche la collaborazione di chi l’ha votato. Le riforme che bisogna fare sono riforme dure, concrete, dove i settori giovanili devono essere messi in prima evidenza. Penso a un campionato a 18 squadre, penso a un limite di stranieri. L’obiettivo è andare al mondiale: bisogna fare tutte le cose che possano portare a una qualificazione mondiale».
Visnadi: «Le stesse promesse fatte con Gravina, stavolta è più difficile»
Il punto di Gianni Visnadi è storico: «Sono le stesse cose che venivano dette il giorno dell’elezione di Gravina: sapevamo che la Serie A a 20 squadre non va bene, sapevamo che gli stranieri non si possono fermare, però si può incrementare il numero di calciatori che devono entrare nelle liste. E Gravina, che ha avuto il 98% dei consensi, non ha fatto nulla, non c’è riuscito. Ora auguriamoci che ci riesca Malagò. Già il fatto che parta col 68% in qualche modo ci dice che è più difficile l’obiettivo. Io penso che non possano non fare nulla, qualcosa penso che faranno. Bisogna praticamente dire ai calciatori e agli allenatori di ridurre i posti di lavoro, alle società di ridurre i posti in Serie A e in Serie B. Ce la faranno? Ci riusciranno? Il mio scetticismo rimane. Auguriamoci che ce la facciano, perché servono delle riforme e non sono più procrastinabili».
Viviano: «Il nome non conta, conta il lavoro sul sistema»
Per Emiliano Viviano la questione è strutturale: «Malagò, chiunque altro, i nomi non contano niente. Contano i programmi, contano le volontà, contano i famosi progetti. Ho fiducia nel fatto che lui col CONI ha fatto un bel lavoro. Si scontra con un mondo più difficile, perché avendo avuto i voti delle società ho paura che abbia promesso qualcosa a qualcuno. Il nome dell’allenatore o il nome del presidente, per quanto mi riguarda, non è importante. È importante il lavoro che verrà fatto su un sistema che non funziona, e non perché la nazionale non si qualifica ai mondiali: perché non funziona e basta».










