“Un racconto di Borges aveva previsto l’ipnosi collettiva dell’IA” | Con Duranti e Bianchi

Il pensiero critico non è scomparso perché è stato proibito. È scomparso perché lo esercitano sempre in meno. È questa la provocazione con cui Fabio Duranti apre la riflessione citando Oswald Spengler: «Un tempo non era permesso a nessuno di pensare liberamente. Ora sarebbe permesso, ma nessuno ne è più capace.»

Una frase che Giorgio Bianchi raccoglie al volo e trasforma in analisi: il sistema non censura più le idee, le aggira. Lo fa puntando sulle debolezze umane — la pigrizia, il desiderio di arrivare senza fatica — e offrendo scorciatoie cognitive che sostituiscono il percorso con il risultato. Il punto di messa a fuoco viene spostato: non sul contenuto che conta, ma su qualcosa di più immediato, più piccante, più comodo da consumare.

Il percorso è la pietra

È Bianchi a portare in studio il racconto di Borges sulla rosa di Paracelso. Un allievo vuole vedere subito il prodigio, bruciare tutte le tappe verso la pietra filosofale. La risposta dell’alchimista è lapidaria: «La via è la pietra, il punto di partenza è la pietra. Se non comprendi queste parole, non hai ancora cominciato a comprendere. Ogni passo che farai è la meta.» Non è letteratura fine a se stessa. È la chiave di lettura dell’epoca. «Sono quelle ricerche, quelle letture che fai, quelle conoscenze che ti strutturano», spiega Bianchi, «che ti fanno ottenere quel risultato quella volta, ma ti fanno ottenere tanti altri risultati altre volte — perché se le hai acquisite tu, e non te le ha date la macchina, quelle cose ti rimangono.»

Il training for error e la conoscenza radicata

Duranti porta la sua esperienza di allievo pilota nei primi anni ’90 per rendere concreta la tesi. Il metodo che l’aviazione italiana — «forse la migliore scuola del mondo per severità e prestigio» — ha elevato a standard è il training for error: l’istruttore ti fa sbagliare deliberatamente, ti lascia quasi schiantare, poi molla i comandi all’ultimo secondo. L’allievo non sa qual è il margine di sicurezza. Crede di andare a schiantarsi davvero. E quella sensazione rimane impressa per sempre. «Se all’essere umano togli questo percorso per arrivare a una conoscenza», conclude Duranti, «gli hai tolto la conoscenza. E il potere lo sa benissimo.»

La tecnologia in sé non è il nemico — la ruota non ha reso gli uomini più pigri, li ha liberati per fare altro. Il problema è quando lo strumento sostituisce il pensiero invece di supportarlo. «Bisogna capire dove poggiare l’asticella», avverte Duranti, «per evitare di rincoglionirci.» Il piacere vero non sta nell’arrivare: sta nel costruire, nello sbagliare, nel correggere insieme agli altri. Che si tratti di scalare una montagna, imparare a volare o ritinteggiare una parete con un amico. Quando l’oggetto è finito, il piacere è già finito con lui. Era tutto nel percorso.