Tre arresti in meno di due anni, un sequestro di attrezzatura da centomila euro lasciato in Estonia, un visto giornalistico negato che si è tradotto in un mese di lavoro bloccato, e infine il fermo in aeroporto mentre tentava di raggiungere l’Ucraina, con il passaporto consegnato all’hostess e il prelievo da parte della polizia sulla scaletta dell’aereo davanti a tutti gli altri passeggeri. È il bilancio di due anni di lavoro sul campo tra Donbass e Russia per un inviato italiano, finito anche in prima pagina sul Corriere della Sera come presunto opinion leader filorusso dopo il febbraio 2022.
A raccontarlo è Giorgio Bianchi, che ripercorre le tre volte in cui è stato fermato proprio dalle autorità filorusse: “Sono finito una volta proprio dietro le sbarre. Un’altra volta me e i colleghi ci hanno trattenuto in una postazione con tutti i comfort, trattati benissimo, ma sono stato arrestato. Un’altra volta dovevo andare a girare un documentario sulla vita di un minatore, mi hanno fatto lasciare indietro tutta l’attrezzatura — centomila euro di attrezzatura professionale — che abbiamo dovuto lasciare in Estonia dal nostro coproduttore, per poi arrivare a Mosca e rinoleggiare tutto”.
L’ultimo episodio, il più duro, riguarda proprio un tentativo di raggiungere l’Ucraina: “L’ultima volta che sono stato a Mosca non mi hanno dato il visto giornalistico e di fatto non mi hanno fatto lavorare per un mese. Volevo andare a lavorare in Ucraina e mi hanno arrestato all’aeroporto.” Bianchi tiene a chiarire che non si è mai tirato indietro: “Se mi avessero lasciato lavorare ci sarei andato ben volentieri. Il problema è che mi hanno arrestato e hanno rischiato pure lì di sbattermi dentro e buttare via la chiave. Se non fosse intervenuta la Farnesina, probabilmente stavo ancora lì. Sono stato imbarcato su un aereo, il mio passaporto è stato consegnato all’hostess e sono stato prelevato da una volante della polizia sulla scaletta di atterraggio con tutti gli altri passeggeri che mi guardavano”.
Anche l’episodio, raccontato con ironia, ha il suo lato surreale: “Avevo un’improbabile camicia a fiori, sembravo un narcotrafficante colombiano. Chissà che cosa avranno pensato di me gli altri passeggeri del volo, per non parlare dei miei vicini di casa quando sono finito in prima pagina sul Corriere della Sera.” E’ qui che – dopo l’articolo che annoverava Bianchi tra i filorussi d’Italia – dietro l’aneddoto resta la rivendicazione di un modo di lavorare: “Quando sei scomodo a tutti, e quando alla fine tutti hanno cercato in qualche modo di impedirti di lavorare secondo i tuoi standard, vuol dire che hai lavorato bene. E io di questo ne sono assolutamente orgoglioso”.
Dal racconto personale, Bianchi allarga il discorso alla visione del ruolo internazionale dell’Italia: “Io sono italiano, faccio sempre il tifo per il mio paese. Vorrei vederlo diverso, non sotto il tacco dell’impero degli Stati Uniti, succube completamente dei dettami di Bruxelles. Ma non lo vorrei vedere neanche sotto il tacco dei russi, degli iraniani o dei cinesi. Vorrei rivedere il mio paese come è stato in passato, durante la Prima Repubblica: un paese forte, che diceva la sua e che era rispettato a livello internazionale“.
Di contro, c’è chi le notizie che provengono dal Cremlino le vorrebbe punire per legge: “Tutti coloro che oggi stanno facendo propaganda per l’atlantismo contro i paesi non allineati, secondo me sono loro che ricevono benefici diretti o indiretti, o che sono ricattabili, o che hanno altre situazioni. Altrimenti le loro posizioni sarebbero assolutamente inspiegabili, anche perché la loro volontà è completamente antidemocratica“.










