La verità-provocazione in diretta: “Fascisti e antifascisti d’Europa, unitevi!” | Fusaro e Bergamaschi

La possibilità di una riconciliazione tra fascisti e antifascisti continua a rappresentare uno dei temi più controversi della storia politica italiana. Eppure, secondo Ferdinando Bergamaschi, autore del libro Fascisti e antifascisti: tentativi di conciliazione, esistono numerosi episodi storici che raccontano una realtà diversa rispetto alla tradizionale narrazione dello scontro permanente. Una tesi ripresa e approfondita nel corso di un dibattito con Fabio Duranti e Diego Fusaro, che hanno discusso il rapporto tra fascismo, comunismo e anticapitalismo alla luce delle vicende del Novecento.

La riconciliazione che spaventa le élite

Per Bergamaschi il vero ostacolo alla pacificazione non sarebbe rappresentato dalle persone comuni, ma da quei gruppi di potere che avrebbero interesse a mantenere vive le divisioni ideologiche. L’autore sostiene infatti che il tema centrale sia quello di una “riconciliazione dal basso”, capace di superare le vecchie appartenenze politiche.

«Stiamo parlando di una riconciliazione dal basso e quindi di popolo contro l’alto. Chi è l’alto? Sono quei poteri che in Occidente fanno capo al grande capitale, al grande capitalismo, che non hanno nessuna disponibilità perché questa riconciliazione si compia, poiché sarebbero sovrastati da una onda di popolo che naturalmente andrebbe contro i loro interessi».

Secondo Bergamaschi, la contrapposizione tra fascisti e comunisti avrebbe finito per favorire proprio quei soggetti economici che traevano vantaggio dalla frammentazione delle classi popolari. Per questo motivo, aggiunge, gli episodi storici di dialogo e convergenza vengono spesso dimenticati o marginalizzati.

Da Togliatti ai “fratelli in camicia nera”

Uno degli esempi più significativi richiamati nel libro riguarda l’appello lanciato da Palmiro Togliatti nel 1936 dalle colonne de Lo Stato Operaio. Un passaggio che, secondo Bergamaschi, dimostrerebbe come una parte del comunismo italiano avesse tentato di costruire un terreno comune con il mondo fascista.

«Il fatto che si siano scontrate in modo così violento non vuol dire che non ci sia una fratellanza di fondo», afferma l’autore, ricordando come Togliatti parlasse apertamente di «fratelli in camicia nera» e arrivasse persino a rivendicare alcuni aspetti del programma di Sansepolcro.

Anche Fabio Duranti richiama il ricordo di confronti tra esponenti comunisti e fascisti accomunati da alcuni principi fondamentali. «Sui principi di base dei diritti umani erano d’accordo», osserva, interrogandosi sulla possibilità che le matrici originarie delle due tradizioni politiche condividessero più elementi di quanto oggi si sia disposti ad ammettere.

La comune radice socialista secondo Fusaro

È proprio questo il punto sviluppato da Diego Fusaro, secondo il quale fascismo e comunismo italiani nascerebbero da una stessa matrice storica e culturale. «Fascismo e comunismo in Italia derivano da un corpo originario che è quello del Partito socialista, e quindi l’interesse delle classi lavoratrici, e quindi l’opposizione al capitalismo, e quindi l’idea di una società solidale».

Per il filosofo, il conflitto tra le due esperienze sarebbe stato alimentato e radicalizzato da interessi esterni. Fusaro richiama inoltre il tentativo di Mussolini di coinvolgere esponenti socialisti e sindacali nelle prime fasi del regime, sostenendo che la vicenda del delitto Matteotti avrebbe rappresentato uno spartiacque decisivo.

All’interno di questa rilettura storica, Fusaro cita anche il giudizio espresso da Amadeo Bordiga nel 1941. «È sorprendente il fatto che più passa il tempo e più le cosiddette democrazie liberali si allontanano dai nostri obiettivi e invece il fascismo mussoliniano si avvicina a quegli obiettivi». Una riflessione che, secondo l’autore, testimonia l’esistenza di elementi comuni riconducibili a una comune origine socialista.

La critica al presente e il ritorno al socialismo delle origini

La parte più severa dell’analisi riguarda però l’attualità. Fusaro ritiene che tanto la destra quanto la sinistra contemporanee abbiano smarrito le rispettive radici storiche. «Gli odierni sedicenti fascisti non hanno più nulla del fascismo mussoliniano, proprio come gli odierni sedicenti comunisti non hanno più nulla del comunismo di Gramsci e di Togliatti».

Da qui la definizione di “destrash” e “sinistrash”, termini con cui il filosofo indica due realtà che, pur continuando a richiamarsi simbolicamente alle tradizioni del Novecento, avrebbero ormai abbandonato ogni prospettiva anticapitalista. La soluzione proposta sarebbe il recupero di un socialismo delle origini, capace di superare la storica contrapposizione tra fascismo e antifascismo.

Una prospettiva che, secondo Bergamaschi, rappresenta il cuore del suo lavoro: riscoprire i tentativi di dialogo e riconciliazione emersi nella storia italiana per comprendere se, al di là delle divisioni ideologiche, possa esistere un terreno comune fondato sugli interessi popolari e sulla critica al potere economico.