Chi ha vissuto in prima fila i vertici più riservati della politica internazionale conosce una storia diversa da quella raccontata sui libri. È quella degli scambi privati tra capi di governo, delle tensioni sommesse tra alleati, delle battute che svelano più di qualsiasi comunicato ufficiale. L’ambasciatore Marco Carnelos ripercorre in diretta alcuni passaggi cruciali della diplomazia italiana tra gli anni Novanta e i Duemila: da Berlusconi con Bush e Putin allo scontro del settembre 1995, fino agli aneddoti su Dini e Holbrooke.
Berlusconi, esegeta di Putin
Quando George W. Bush chiedeva a Silvio Berlusconi se avrebbe mai investito nelle televisioni russe – era il vertice NATO di Bruxelles del gennaio 2005 – il presidente del Consiglio capì immediatamente dove stava andando quella domanda e la schivò. Ma non si sottrasse al compito che sentiva suo: spiegare all’alleato americano la Russia di Vladimir Putin con gli strumenti dell’analisi storica, non della propaganda.
Il ragionamento era articolato: Putin aveva ereditato da Boris Eltsin un paese devastato, con un tasso di mortalità superiore del tredici per cento, alcolismo dilagante e un ceto di oligarchi che aveva acquistato a prezzi irrisori interi comparti dell’industria nazionale. Una politica da nazionalista convinto, interpretata a Washington come un attacco alle aspettative di privatizzazione che gli americani coltivavano sul mercato russo.
A un certo punto Berlusconi aveva cercato di illustrare plasticamente il carattere della nuova oligarchia citando l’esempio di Roman Abramovich: dopo la vittoria in Premier League con il Chelsea, il magnate avrebbe dato una festa con quattordici donne, portandone quattro in camera. Bush, che seguiva il discorso tenendo il conto con le dita, interruppe con una sola domanda: perché soltanto quattro? Di tutta l’analisi storico-politica di Berlusconi, al presidente americano era rimasto in testa unicamente quell’episodio. Il giudizio privato su Bush, peraltro, è tutt’altro che sprezzante: chi lo aveva frequentato in oltre venti riunioni ristrette ricorda una persona assai più acuta di quanto la sua immagine mediatica avesse fatto credere.
Il settembre 1995 e lo scontro con Bartholomew
L’episodio che riguarda il governo Dini è meno noto di Sigonella, ma paragonabile per contenuto e determinazione. Era il 9 settembre 1995: l’Italia era sotto pressione americana affinché concedesse l’uso della base di Aviano per il decollo di aerei militari stealth, con un’unica funzione operativa possibile — colpire a sorpresa. I bersagli erano i criminali di guerra Ratko Mladić e Radovan Karadžić. Il problema politico per Roma era evidente: in caso di fallimento, la Serbia avrebbe indicato l’Italia come paese da cui era partito l’attacco.
Un’Italia spaccata di fronte agli Stati Uniti
C’è una lettura di fondo che attraversa tutti questi episodi: l’Italia non si è mai presentata come un blocco unitario nei confronti dell’alleato americano. Una divisione che non riguarda solo la catena di comando militare, ma riflette culture istituzionali diverse, e che ha spesso reso più complicata – o più interessante, a seconda dei punti di vista – la definizione di una linea italiana in sede atlantica.
Il quadro che emerge non è quello di un paese marginale, trainato dagli eventi. È quello di un paese con propri interessi, capace in certi momenti di tenerli fermi, e con una classe dirigente che – tra un aneddoto e l’altro – ha navigato stagioni geopolitiche di straordinaria complessità.










