SPAGNA-ARGENTINA – Dani Olmo tra le linee è come Toni Servillo in un film di Sorrentino: dà senso all’intero copione tattico; è la prima impressione che ci viene quando ancora non abbiamo capito quale dei Fantastici Quattro abbia interpretato Robbie Williams nella performance d’apertura.
Alla fine del primo tempo, un’analisi semplicistica ci farebbe parlare di partita in equilibrio; in realtà è stata la Spagna a muovere il pallone e a cercare la porta, pur senza trovare l’episodio risolutivo; l’Argentina ha atteso le non frequenti occasioni di portarlo via agli iberici. Per quanto riguarda i protagonisti annunciati, a un Messi inoperoso ha fatto riscontro uno Yamal poco appariscente ma funzionale allo scarico della palla sul centro destra, con l’esibizione di alcuni tocchi rivestiti di velluto sottile,
La pizza abbiamo fatto bene a ordinarla alle 22, anche se i tempi dell’intervallo avrebbero consentito di rosolare una porchetta. Nel dubbio su quale sia Madonna e quale Ronaldinho in assenza di inquadrature che consentano di individuare le scarpe da lavoro, arriva il momento in cui le due nazionali tornano in campo.
L’ingresso di Leo Paredes razionalizza i pensieri del centrocampo argentino ma non i suoi: ammonito dopo sette minuti per l’abbattimento di Rodri.
Ricomincia la Spagna: ogni volta che gli uomini di de la Fuente escono con la palla, si ha l’impressione di scrutare dall’interno il meccanismo di un orologio.
Argentina stanca, Spagna sempre più avvolgente; Dibu Martinez col guanto leggermente insaponato e calci d’angolo che piovono nell’area dell’Albiceleste con la stessa frequenza degli aumenti della benzina nell’ultimo mese. A un quarto d’ora dalla fine, però, il gol non è ancora arrivato; arrivano invece Merino e Nico Williams, il primo perché di reti risolutive nel finale se ne intende, il secondo perché quando accelera è come uno scooter truccato ad arte.
Si avvicina il novantesimo e pensi che la sofferenza degli argentini cominci ad avere un senso, se il corteggiamento degli spagnoli alla porta del Dibu ancora non bacia la rete.
Intanto il tempo se ne va, cantava Celentano, minuti di recupero compresi. S’è stancata anche la Spagna, nel frattempo, dopo un missile di Nico Williams respinto dal Dibu e l’espulsione di Enzo Fernandez, dopo il tentativo di operare Cubarsí senza anestesia.
Con un missile di Yamal su punizione, respinto dal Dibu in volo, arriva la mezz’ora addizionale con l’acido lattico già traboccante.
La Spagna non segna; l’Argentina non muore. Questo gioco non è mai stato del tutto giusto; più il tempo passa, più i sudamericani accrescono la speranza di ingannare il destino, come Dibu quando respinge un colpo di testa di Williams già quasi scritto sul tabellone.
Da annullare il gol di Nico Williams? Le inquadrature traducono regolarità, da ogni angolo visuale. Episodio che rischia di gridare vendetta di lì a pochi minuti, se non fosse per un pestone individuato all’ennesima riproposizione. Meglio così.
Lo vedi, ecco Merino: palo sfiorato di testa al minuto 103.
Dall’altra parte Cucurella abbatte Simeone e Scaloni sintetizza varie espressioni del Commissario Giraldi interpretato da Tomas Milian all’indirizzo del quarto uomo: ammonito.
La Spagna punta sul pallone, l’Argentina sul cronometro.
Minuto 106: all’improvviso il destino coincide col merito; Nico Williams la rimette in mezzo dal fondo e Ferrán Torres batte secco e teso, sotto la traversa, incenerendo quasi due ore di resistenza argentina. Assist di uno che gioca a Bilbao per uno che gioca a Barcellona: si fondono due separatismi in un ossimoro da titolo mondiale.
Torres avrebbe anche raddoppiato, millimetri di fuorigioco a parte.
Distrazione finale della difesa spagnola e residui di dignità argentina su calcio d’angolo. Poi finisce, con la vittoria di quella prigione dalle sbarre invisibili che è il gioco della Spagna.
Quando il Re abbraccia Yamal, sembra gli sussurri: chiedimi se sono Felipe.










