“Abbiamo dato all’Iran qualcosa di molto meglio della bomba nucleare” | Con Gregory Alegi

Oggi è difficile non paragonare la guerra di Trump contro l’Iran alla corsa di Willie il Coyote: l’inseguimento ostinato, l’impatto inevitabile contro il muro e, come cantava John Lennon, la vita che accade mentre si fanno altri progetti. Con una differenza non banale: il Coyote, alla fine, non muore mai.

È da questa immagine che prende le mosse l’analisi di Gregory Alegi e Massimiliano Burri. Fin dal giorno della sua prima elezione, Donald Trump ha mostrato un approccio peculiare alla realtà: basti ricordare il confronto, dai toni quasi adolescenziali, sul numero di partecipanti alla cerimonia di insediamento rispetto a Barack Obama, con l’introduzione della formula dei ‘fatti alternativi’.

Hormuz, la leva dell’Iran

Sul piano interno americano, Trump affronta un calo di consenso e possibili difficoltà politiche: una perdita anche parziale del controllo del Congresso potrebbe limitarne fortemente l’azione. Tuttavia, come il Coyote, politicamente potrebbe resistere agli urti. Dal punto di vista militare, la capacità iraniana è ridotta ma non annullata. Il Paese mantiene un arsenale missilistico significativo e una struttura territoriale che rende difficile una neutralizzazione completa. Anche una bassa percentuale di missili a segno resta sufficiente a rappresentare una minaccia concreta.

I negoziati imminenti, guidati da JD Vance, appaiono complessi: le posizioni sono distanti e resta incerto il margine di manovra concesso dalla Casa Bianca. Inoltre, l’esperienza storica dimostra che i bombardamenti non sempre eliminano il potenziale bellico di un Paese.

Infine, la crisi ha evidenziato un punto chiave: il controllo – anche solo parziale – dello Stretto di Hormuz rappresenta una leva strategica enorme. Una capacità che l’Iran ha dimostrato di possedere e che difficilmente potrà essere ignorata in futuro.