Nel pomeriggio di sabato 16 maggio 2025, Salim El Koudri, 31 anni, ha percorso via Emilia Centro a Modena a 100 km/h, investendo diversi passanti e lasciando dietro di sé otto feriti, quattro dei quali in gravi condizioni. L’auto si è fermata contro la vetrina di un negozio. Alcuni testimoni hanno raccontato di aver visto le persone «volare», dopo un’accelerazione improvvisa sul marciapiede.
El Koudri è un cittadino italiano di seconda generazione, nato a Seriate in provincia di Bergamo e residente a Ravarino, nell’hinterland modenese. Incensurato, laureato in economia aziendale, non stava lavorando al momento dei fatti. Le prime indagini hanno escluso l’uso di alcol o droghe e, almeno per ora, non sono emersi legami con ambienti estremisti. La pista principale seguita dagli inquirenti riguarda la sua salute mentale: in passato era stato in cura presso un centro specializzato, dove però non si recava dal 2024.
Un profilo, insomma, che sfugge alle categorie più immediate — né terrorista schedato, né caso psichiatrico conclamato — e che proprio per questo ha alimentato un dibattito molto più ampio. È quello che hanno provato ad affrontare, a Un Giorno Speciale, Alberto Contri e Giovanni Frajese.
La rabbia silenziosa dei figli
Per Contri, sociologo dei media, i numeri della cronaca faticano a contenere una verità: la distanza enorme tra la generazione degli immigrati arrivati per primi e quella dei loro figli, cresciuti in Italia ma spesso senza una vera integrazione.
I padri, racconta, erano in buona parte sollevati — e anche grati — di essere stati accolti. I figli invece si ritrovano in una posizione molto più scomoda: crescono in un paese che conoscono bene, ne parlano la lingua, ne frequentano le scuole, ma si scontrano ogni giorno con un gap materiale e simbolico difficile da colmare. Un’immagine che Contri usa è efficace nella sua semplicità: ragazzi con il naso appiccicato alle vetrine dei negozi, a fissare scarpe da 400 euro che non potranno mai comprare, con una madre che guadagna 800 euro al mese.
È in quel divario — tra il desiderio nutrito dai modelli culturali occidentali e la realtà economica che lo nega — che si incuba, secondo Contri, una frustrazione capace di diventare violenza. Non per destino, ma per abbandono. E su quella frattura, aggiunge, si inserisce chi sa come alimentarla: amici e conoscenti dello stesso El Koudri avrebbero confermato ai giornali che il giovane «viveva di sentimenti di vendetta nei confronti dell’Italia».
Frajese: il pattern europeo che preferiamo ignorare
L’endocrinologo Giovanni Frajese sposta l’inquadratura ancora più in largo. Quello di Modena non è, per lui, un episodio isolato: è l’Italia che incontra — con qualche anno di ritardo — un fenomeno che il resto d’Europa conosce già bene. Attacchi con veicoli a Lipsia, episodi simili in Francia, in Inghilterra. Una sequenza che ricorre con una certa regolarità, e che però fatica a essere letta come tale nel dibattito pubblico.
Il nodo, per Frajese, “non è la singola storia individuale ma una politica di integrazione che non ha mai davvero funzionato” — o che forse, suggerisce, non era pensata per funzionare. L’immigrazione di massa verso l’Europa, sostiene, non è un fenomeno spontaneo ma il risultato di scelte politiche precise con l’obiettivo di ridisegnare le radici culturali del continente. Un progetto che, a suo avviso, mostra sempre più crepe: culture profondamente diverse, inserite a forza in società con altre tradizioni e un altro modo di stare al mondo, non producono automaticamente integrazione — producono, spesso, conflitto.










